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    DAU. L'arte sopra ogni limite

    By Rafael Rameša Marzo 25, 2019 129
    DAU. L'arte sopra ogni limite Wikimedia Commons

    DAU, probabilmente l’impresa artistica più ambiziosa di questo secolo, è stata inaugurata a Parigi il 25 gennaio scorso. Nella sua variante originale doveva trattarsi di un film. Le riprese sono iniziate nel 2008 e sono durate ininterrottamente per tre anni. La pellicola racconta la vita dello scienziato sovietico, vincitore del premio Nobel, Lev Landau. Il regista Ilya Khrzhanovsky ha concepito il set cinematografico come il campus di un istituto di fisica, ricreando in pratica un’intera cittadina sovietica. Tutti i 400 attori coinvolti hanno vissuto i loro ruoli 24 ore al giorno, come se fossero nell’Unione Sovietica. Le sceneggiature erano pressoché inesistenti: se un personaggio doveva fare l’assistente di laboratorio, la persona nel ruolo doveva semplicemente vivere come assistente di laboratorio. Il risultato è un’opera cinematografica dove la percezione cognitiva tra realtà e fiction è tutt’altro che chiara. Potremmo liberamente descrivere quest’impresa come una variante stalinista del Grande fratello. Durante le riprese, l’autenticità storica era fondamentale, fino all’ultimo dettaglio. Il cibo era etichettato con date di scadenza degli anni ‘50, la biancheria intima, le posate e i prodotti sanitari sono stati scelti in modo da corrispondere a quelli dell’epoca. Perfino le tubature del bagno nell’istituto in cui è stato filmato DAU sono state modificate per garantire che il rumore dell’acqua fosse quello dei vecchi tempi.

    Un’immersione nell’Unione Sovietica

    Il progetto una volta finito si è materializzato in 700 ore di riprese, che per praticità sono state divise in 13 film. Ora il film è diventato un’esperienza artistica immersiva. Secondo alcune fonti, l’allestimento dell’evento parigino è costato 150.000€ e comprende una full immersion nell’Unione Sovietica con tanto di performance, ristoranti, bar, cinema, proiezioni e teatro. Il budget complessivo del progetto rimane comunque un mistero, è noto soltanto che è stato finanziato in gran parte dall’oligarca russo Sergei Adoniev e ha sponsorizzato il contributo di artisti dallo spessore di Marina Abramović, Charlotte Rampling e Gérard Depardieu.
    Abbiamo colto l’occasione per visitare quest’epocale esperimento artistico situato in Place du Châtelet nei palazzi contrapposti del Théâtre du Châtelet e del Théâtre de la Ville a Parigi. L’esposizione è aperta 24 ore al giorno e per accederci il visitatore deve compilare online il modulo per la richiesta del visto con tanto di foto e dati personali. Una volta entrati negli spazi dell’installazione artistica i visitatori devono consegnare i loro cellulari, macchine fotografiche e qualsiasi apparecchio di registrazione. Le guardie all’ingresso perquisiscono tutti gli ospiti, richiedono documenti personali e il visto d’entrata ed è già qui che ci si inserisce nell’ambientazione artistica. Gli addetti sono tutti seri e sembra proprio di essere in una specie di valico di confine di un Paese totalitario. Da qui invece inizia un’esperienza molto personale dell’opera artistica in quanto non esistono né guide, né itinerari consigliati, ma il visitatore è libero di girare per gli immensi labirinti e crearsi la propria variante dello spettacolo. I 13 film che fanno parte del nucleo dell’evento vengono proiettati uno dopo l’altro in varie zone dell’allestimento, ma chi vi naviga liberamente può accedere anche a cabine private dove può vedere tutte le 700 ore di filmati scegliendo liberamente gli spezzoni tematici. Dipendentemente dall’ora del giorno, si può assistere a discussioni, concerti o a spettacolini di teatro d’improvvisazione. Al centro Pompidou alcuni partecipanti hanno vissuto per un mese in un appartamento in pieno stile sovietico sotto gli occhi dei visitatori, dando un assaggio immediato di quelle che dovevano essere le riprese del film.
    Gli stessi film sono naturalistici e avvincenti, attirano lo spettatore nei dilemmi etici, nelle discussioni scientifiche e nei rapporti sessuali presumibilmente accaduti veramente tra i partecipanti. Stabilmente emerge il tema dell’umana ricerca della libertà, sia essa all’interno di una società repressiva, di una vita di laboratorio o di rapporti interpersonali. A volte il film mette in primo piano tutta la bassezza dell’umanità: colassi psicologici, violenza sessuale e degradanti tecniche di tortura utilizzate dal KGB, il tutto reso ancora più sconvolgente dalla consapevolezza che i protagonisti non recitano, bensì rispondono alle condizioni di vita nelle quali si trovano.

    DAU Projekt Paris 2019 Théâtre de la Ville InnenansichtWikimedia Commons

    Uno spazio controverso?

    Il Theatre de la Ville è in fase di ricostruzione e rende perfettamente la sensazione dello stato sovietico in decomposizione. Uno spazio semi-funzionante, pieno d’impalcature con mura grigie in cemento che si reggono a malapena, teli neri che coprono le installazioni elettriche in fase di assestamento… sembra tutto una grande improvvisazione fatiscente.
    Uno dei punti forti del Theatre de la Ville è il bar/ristorante all’ultimo piano, con un fantastico terrazzo con vista sulla Senna e su Place du Châtelet. Il cibo e le bevande vengono serviti in piatti e scodelle di alluminio. Il menu è composto da pietanze russe, ovvero pietanze dell’epoca socialista in Russia: carne in scatola, lardo, patate, arringhe, rasol, cetrioli sott’aceto e naturalmente vodka o in alternativa tè russo.
    La prima mondiale del progetto DAU doveva andare in scena a Berlino in una versione ancor più megalomane di quella messa in atto a Parigi, con la ricostruzione del Muro di Berlino per ben 1.5 chilometri. Il progetto del muro è stato al centro di accese discussioni nella capitale tedesca e come ogni muro, ha diviso la popolazione. La Città ha deciso infine di non rilasciare i necessari permessi all’organizzatore e di conseguenza il piano è andato a monte. Un prossimo allestimento del DAU dovrebbe materializzarsi a Londra, ma ancora non si sa nulla sulle modalità né sulle tempistiche.Il DAU è assolutamente un progetto vanitoso, megalomane e arrogante. Difficile da comprendere e a volte troppo cupo. Detto questo, dobbiamo ammettere che è un’opera d’arte che colpisce profondamente. Le controversie che hanno accompagnato questo progetto dalla sua prima stesura teorica alla realizzazione fino all’esposizione, hanno creato un forte interesse nel mondo dell’arte sperimentale. Del DAU hanno scritto con parecchia attenzione tutte le pubblicazioni più importanti del mondo. Maree di giornalisti hanno visitato il DAU, hanno commentato e criticato fortemente l’esecuzione del progetto, ma quasi tutti hanno ammesso di essersi sentiti stranamente attratti dall’oscurità di quest’opera d’arte. È una manifestazione artistica senza precedenti, la cui l’apertura al pubblico è stata difficile sia per una serie di problemi organizzativi che artistici. Il DAU farà senz’altro parlare di sé anche in un futuro prossimo, soprattutto se andrà in porto l’allestimento londinese e magari anche un giorno l’idea originale di portarla a Berlino, quest’ultima potenzialmente andrebbe a formare il capitolo finale di quest’opera.

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    Last modified on Lunedì, 25 Marzo 2019 13:29