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    Indimenticabile Gino Bonelli, «maratoneta» della scena lirica

    By Patrizia Venucci Merdžo Settembre 23, 2018 221

    “Bonelli! Ah Gino Bonelli!... Mai più un tenore così!....Una voce meravigliosa!....un’artista così oggi ce lo possiamo sognare!...grande Otello!“, suona all’incirca così il ritornello di esclamazioni quasi estatiche, immancabilmente ripetuto da quanti ebbero l’occasione di seguire e godere l’arte del grande tenore piacentino Gino Bonelli, in forza al Teatro di Fiume negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, periodo memorabile per l’arte lirica nel capoluogo quarnerino.

    Una leggenda della lirica di Fiume

    I professori d’orchestra, gli appassionati dell’opera, la bigliettaia Lina, autentica “istituzione”... tutti a tessere le lodi di questo personaggio ormai entrato nella leggenda della lirica a Fiume. Ma che razza di cantante doveva essere Bonelli, quanto doveva essere toccante la sua arte, se a distanza di quasi mezzo secolo il suo solo nome riesce ancora a suscitare, negli ormai pochissimi testimoni, reazioni così entusiastiche. È proprio vero che l’arte – quella autentica – entra nel cuore e non se ne va più. Nascosta nelle pieghe dell’anima, rincantucciata in un pezzetto di cuore, ogni tanto riemerge nella nostra memoria come una scintilla, come un’immagine fugace, e sta a ricordarti che non di solo pane vive l’uomo.
    Naturalmente ci siamo buttati immediatamente su youtube, in avida ricerca di questa voce così decantata dai suoi fan, non meno che dalla critica. Trovato! “Nessun dorma”, dalla Turandot. Siamo davvero impressionati. È una voce fenomenale; potente, ricca, smagliante, dagli acuti strepitosi, dal fraseggio plastico e la dizione perfetta. Ma non solo. Da grande artista, Bonelli dà tutto di sé e diventa di volta in volta Cavaradossi, Calaf, Radames, il personaggio stesso. Quanta passione, quanto animo! Ascoltando “Niun mi tema” (Otello) ci scopriamo emozionati. (Non ricordiamo quando è successo l’ultima volta a teatro). È la “magia” della vecchia guardia. Una volta si cantava in maniera diversa rispetto ad oggi – predominava ancora “la scuola italiana – e i cantanti erano più artisti. Non che non ce ne siamo anche oggi, però per principio vengono manipolati e “lobotomizzati” dai registi dittatori. Pertanto invitiamo i giovani cantanti di Fiume ad ascoltare queste incisioni di Bonelli: hanno parecchio da imparare.

    Una carriera da invidia

    Ma ritorniamo al Nostro. La carriera di Gino Bonelli si è articolata tra la Scala di Milano e altri Teatri italiani, l’ingaggio al Teatro di Lima, in Perù, e l’impegno in pianta stabile al Teatro di Fiume, cantando da ospite nei maggiori Teatri jugoslavi; come pure a Bucarest, Budapest e in Austria, ottenendo ovunque straordinari successi di critica e accendendo di entusiasmo il pubblico anche più esigente. Sono ben 36 i ruoli principali interpretati dal Nostro durante la sua felice vicenda artistica, che spaziano dal repertorio da tenore lirico al drammatico, all’apice del quale sta il Moro di Venezia, Otello!
    L’anno scorso in occasione del centenario della nascita dell’artista, la natia Piacenza gli ha reso omaggio con una serata lirica, mentre l’”Ivan de Zajc” nel mese di aprile ha celebrato l’artista con una mostra di fotografie che lo ritraggono nei tanti e vari ruoli. Coincidenza fortuita è stata la presenza di Rodolfo Bonelli, figlio dell’artista, venuto a Fiume per festeggiare con i liceali della sua generazione la ricorrenza della maturità. Essendo suo padre impegnato al Teatro di Fiume, egli ha felicemente trascorso l’infanzia e l’adolescenza nella Città di San Vito. Già interprete simultaneo all’Ambasciata d’Italia a Belgrado e alto funzionario di un’importante multinazionale, ha accettato di buon grado di raccontarci la vicenda artistica del suo illustre padre. Noi naturalmente siamo stati tutt’orecchi.

    Una voce cristallina

    “Mio padre fin da bambino aveva una bella voce cristallina, e siccome al tempo, ci si riuniva nelle osterie, mio nonno lo faceva cantare. Passato il periodo della mutazione, avendo mantenuto la sua bella vocalità smagliante, si pensò che era il caso di farlo studiare. Così mio padre per cinque anni frequentò il noto Conservatorio “Nicolini“ di Piacenza, studiando con il celebre tenore Francesco Merli, poi con il Maestro Gennaro Barba della Scala, e quindi passò al Teatro milanese dove entrò a far parte del gruppo delle voci nuove della Scala. In pratica si trattava di un gruppo di giovani cantanti di buon livello, che si alternavano al primo cast composto da cantanti famosi. Ebbe così occasione di sostituire il celebre tenore Giacinto Prandelli, in ‘Traviata’, fece il Duca di Mantova in ‘Rigoletto’”.

    Quell’incisione storica

    “In occasione del 50.esimo della morte di Verdi, la Scala allestì la prima opera verdiana ‘Oberto, conte di Bonifacio’ con il primo cast. La seconda recita cantata da giovani promesse – c’erano Maria Vitali, Elena Nicolai, Giuseppe Modesti – fu registrata dalla RAI di Torino. Si tratta della prima registrazione al mondo, quindi un’incisione storica della citata opera. Iniziò la sua carriera cantando nei Teatri di Piacenza, Lecce, Macerata, a Lyone, a Firenze al Maggio musicale fiorentino. Continuò la sua carriera in Sudamerica, a Lima, in Perù, dove era ingaggiato in pianta stabile presso il Teatro cittadino. Aprì pure una grande scuola di canto, frequentata da tanti giovani che spesso si esibivano in concerti, ed erano seguiti dalla stampa”.

    Suo padre ha cantato pure al “Colon” di Buenas Aires, Teatro leggendario, sul cui palcoscenico si erano esibiti i più grandi artisti lirici?

    “Era stato ingaggiato pure per degli spettacoli al Teatro ‘Colon’, però a causa di un’irregolarità da parte del Consolato italiano riguardo il visto, fu fermato al confine con il Cile e dovette ritornare a Lima. Lì intanto era scoppiata la rivoluzione anti-peronista e il Teatro era stato chiuso. Nel frattempo però mio padre aveva ricevuto dal Maestro Papandopulo – che parlava benissimo l’italiano (suo nonno era il marchese fiorentino de Strozzi, la mamma, celebre cantante, era la contessa Maja de Strozzi) – una lettera in cui l’invitava a ritornare a Fiume, nel cui Teatro, nel 1949, mio padre aveva iniziato con successo una collaborazione. Così, nel 1950 tutta la famiglia si trasferì ad Abbazia, dove frequentai la prima classe nella Scuola croata. L’anno dopo ci sistemammo a Fiume. Abitavamo nel secondo ‘neboder’ in via Duella, dietro all’Edit, e io continuai le elementari alla ‘Gennari’ (l’attuale ‘San Nicolò’ ndr)”.

    Immagino che anche lei abbia frequentato il Teatro di Fiume e abbia avuto occasione di seguire la carriera artistica di suo padre. Che cosa ricorda in particolare?

    “Infatti iniziai fin da piccolo a respirare aria di palcoscenico. Ho fatto anche la comparsa nella ‘Carmen’, in cui i monelli cantano il noto coretto. Mio padre era uno che non si risparmiava. Quando entrava in scena non era più Gino, ma diventava il personaggio a cui stava dando vita. A ogni recita di Otello perdeva quattro chili. Ogni esibizione lirica era come una maratona, una performance sportiva. Era molto rigoroso e disciplinato sul lavoro come nella vita. Era morigerato, niente fumo né alcool. Ed è proprio questa disciplina di vita, questo ordine morale che mi ha trasmesso. Amava le opere e i ruoli temperamentali, sanguigni, come Canio nei ‘Pagliacci’, ma amava moltissimo anche ‘Otello’, uno dei suoi cavalli di battaglia. Dal 1956 al 1970, anno in cui si ritirò, interpretò all’‘Ivan de Zajc’ tutte le parti tenorili del repertorio. Radames, Don Josè, Rodolfo, Manrico, duca di Mantova, Calaf, Alfredo, Canio, Turriddu, Pinkerton, Alvaro, Cavaradossi, Faust, Werther, Andrea Chenier e tanti altri ancora”.

    Come descrivereste la voce di suo padre?

    “Mio padre iniziò come tenore lirico, per passare poi al lirico spinto e infine, con il pieno sviluppo di tutte le sue potenzialità vocali, divenne tenore drammatico. Landini, uno dei più noti critici d’opera disse: ‘Questo è un tenore eclettico che qualsiasi teatro vorrebbe avere, perché può passare indifferentemente dal repertorio lirico spinto al drammatico, in quanto possiede una tecnica rara. A parte la voce, che era un dono di natura: ha studiato molto tecnicamente i registri di passaggio per poter affrontarli senza che l’ascoltatore se ne accorgesse. Dopo una recita tipo ‘Turandot’ o ‘Otello’, che ti ‘sfasciano la voce’, mio padre il giorno dopo andava in Teatro, all’ultimo piano, dove c’erano i ‘correpetitori’, a fare i vocalizzi per ‘riunire’, alleggerire la voce e poter quindi interpretare Pinkerton o Alfredo. ‘Altrimenti la voce mi si sgrana’ diceva”.

    Ha un ricordo proprio, speciale, di suo padre come artista?

    “Un momento importante della sua carriera fu quando debuttò come Otello: un‘opera che per ogni tenore drammatico è il vertice, il coronamento della sua arte lirica. Era un personaggio che mio padre sentiva e amava moltissimo. Lo cantò alla Scena estiva di Abbazia, con grandissimo successo di pubblico e di critica. La voce si sparse. Fu invitato a cantare Otello a Venezia a Palazzo ducale, con Tito Gobbi e Marcella Pobbe e lo cantò pure a San Giusto, al Festival di Trieste”.

    Lei ha avuto il privilegio di vivere il periodo d’oro del Teatro lirico a Fiume, il grande Teatro….

    “È vero. C’erano Papandopulo e Matačić, il soprano fiorentino Tatjana Jurić-Nunzi, il grande Milan Pichler! Era un monumento! Alto, imponente, dotato di una voce poderosa, che riempiva tutto il teatro; grande interprete. Bastava la sua sola entrata in scena per farti venire i brividi. Me lo ricordo in Mefistofele; straordinario. E grande Scarpia; da un lato era il satiro, il maniaco, come voleva Puccini, ma lo faceva con una tale signorilità… Mia madre diceva che era un signore della scena. E poi Zrinski. Ogni volta che lo faceva ‘veniva giù’ il teatro. L’unico che forse poteva reggere il confronto con Pichler era Tito Gobbi, solo che Gobbi – lo sentii all’Opera di Parigi assieme alla Callas in ‘Tosca’ – non aveva una grande voce, né la presenza di Pichler”.

    Ma ritorniamo a Gino Bonelli. Si ritirò in età piuttosto giovane per un cantante. Come mai?

    “Lasciò le scene a 53 anni per problemi cardiaci. Era un artista che pretendeva e che dava sempre il massimo di sé. Oltre che a Fiume, era ingaggiato come ospite fisso anche al Teatro di Lubiana. Dunque faceva la spola tra le due città. Tutti questi sforzi fisici ed emozionali, specie quando si tratta di un repertorio da tenore drammatico, con il tempo si pagano in termini di salute. Si ritirò quando era ancora all’apice della carriera, perché voleva che il pubblico lo ricordasse così com’era nei suoi anni migliori. Dopo un periodo trascorso a Trieste, dove io frequentavo l’Università, i miei genitori fecero ritorno a Piacenza. Mio padre dava lezioni di canto e, rigoroso come sempre, dimostrava praticamente come deve essere il suono. ‘Come fai a insegnare il canto se non gli fai sentire dove mettere la voce?’ diceva. Lo si sentiva in tutta la via”.

    Com’è stato come genitore?

    “È stato un bravo padre. Comprensivo, però non arrendevole. Mi ha dato poche direttive, ma erano quelle giuste. Mi ha trasmesso le basi essenziali e mi sono state sempre utili nella vita”.

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    Last modified on Lunedì, 24 Settembre 2018 10:28