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    Eccidio di Castua, erano esatte le indicazioni fornite dai testimoni

    By Gianfranco Miksa Luglio 21, 2018 237
     Il parroco della Chiesa di Sant’Elena a Castua, don Franjo Jurčević Il parroco della Chiesa di Sant’Elena a Castua, don Franjo Jurčević Zeljko Jerneic

    CASTUA | Il 6 luglio scorso, a soli due-tre metri di profondità nel bosco di Loza, nei dintorni di Castua, sono stati riesumati nove corpi, si presume dei caduti italiani, che il 4 maggio 1945 furono uccisi dall’OZNA, la polizia segreta jugoslava. Il gruppo di militari e civili venne gettato in una fossa comune, senza che le vittime fossero state sottoposte in precedenza ad alcun tipo di processo. La recente riesumazione è il risultato di una campagna di ricerca e recupero compiuta grazie alla collaborazione istituzionale tra il Ministero della Difesa italiano e il Dicastero dei Difensori croato.

    Fondamentali in tale ambito sono state le indicazioni del parroco della Chiesa di Sant’Elena di Castua, don Franjo Jurčević – fornite oltre trent’anni fa alla Società di Studi Fiumana di Roma –, che hanno reso possibile l’individuazione del sito della fossa comune.
    Pertanto abbiamo voluto incontrare il parroco castuano per ricostruire i fatti che hanno portato alla riesumazione delle vittime della fossa.

    Le confidenze di tre fedeli

    “Arrivai alla chiesa di Castua nel 1969 – esordisce don Franjo Jurčević –. Fu il parroco precedente a dirmi che nel bosco della Loza era stato fucilato un gruppo di italiani, sia militari che civili e che i corpi erano stati poi sepolti in una fossa comune a circa un chilometro dalle rovine della chiesa medievale Crekvina. Raccolsi identiche informazioni anche da altri tre fedeli, i quali – tutti ignari della versione fornita dagli altri –, mi descrissero i fatti accaduti quel tragico 4 maggio del 1945. All’epoca era ancora pericoloso chiedere informazioni sull’eccidio, ma riuscii comunque, grazie alle indicazioni dei testimoni, a individuare il luogo esatto della fossa comune in cui furono gettati i corpi dei nove italiani, tra cui si presume quello del senatore e podestà fiumano Riccardo Gigante”.

    Cosa le raccontarono ancora i testimoni?

    “Secondo una prima versione che mi è stata trasmessa, il gruppo d’italiani sarebbe stato fucilato dopo essere stato schierato lungo il muro della chiesa Crekvina, dopo di che i corpi sarebbero stati trasportati fino alla fossa nel bosco di Loza, che dista meno di un chilometro, e lì sotterrati. Stando alla testimonianza raccolta, i corpi sarebbero stati legati con le mani dietro alla schiena, – era stato utilizzato del filo telefonico – e quindi, supini, ammassati uno sopra l’altro nella fossa. Del resto così sono stati ritrovati durante l’esumazione. Seconda un’altra versione, il gruppo sarebbe stato, invece, costretto a procedere, subendo maltrattamenti, dalle rovine della chiesa fino all’orlo della buca, dove poi i partigiani avrebbero ucciso e sotterrato i prigionieri. A sostegno di questa seconda versione c’è il fatto che nella cavità sono stati ritrovati i bossoli dei proiettili. Non so quale delle due versioni sia la più attendibile”.

    E poi cosa accadde?

    “Per molto tempo non accadde nulla. Nonostante nessuno avesse mai parlato pubblicamente di questa vicenda, i fatti legati all’eccidio finirono per essere di dominio pubblico tra la gente. Dopo alcuni anni venne a farmi visita il presidente della Società di Studi Fiumani di Roma, Amleto Ballarini, chiedendomi cosa sapessi della vicenda. Compresi subito che aveva a cuore la sorte di quelle vittime. Gli raccontai tutto, a iniziare dal presunto sito dove avrebbe avuto luogo l’eccidio, poi rivelatosi esatto. Gli parlai delle ossa e delle carcasse di animali che sarebbero state poste subito sotto la superficie del terreno al fine di depistare eventuali indagini e inquinare le prove del massacro, come del resto abbiamo avuto modo di appurare con la recente esumazione. Da allora, dalla prima visita di Ballarini fino a oggi, abbiamo scelto di celebrare tutti gli anni, il 4 maggio alle ore 18, una santa messa in suffragio delle vittime della strage nella chiesa di Castua. La scelta mi ha creato non pochi problemi e ha suscitato diverse polemiche, ma ancor oggi sostengo che ogni vittima vada onorata, si tratti di fascisti o no”.

    Si trattò di una rappresaglia?

    Si è fatto mai un’idea del perché il gruppo d’italiani sia stato portato proprio a Castua e fucilato?

    “Sì. Nel giugno del 1942, non molto lontano da Castua, nella località chiamata Banov Križ, un plotone di militari italiani fucilò dodici castuani. Successivamente con la presa jugoslava di Fiume, nell’ambito dei comandi partigiani c’era molto probabilmente qualcuno connesso in qualche modo a quel fatto, il quale decise di vendicarsi organizzando una rappresaglia contro persone estranee a quell’evento, nonostante l’Italia avesse firmato la capitolazione nel settembre del 1943. Va detto anche che a Castua, subito dopo la fine della guerra, accaddero altre feroci esecuzioni. Un comandante partigiano uccise pubblicamente i soldati tedeschi che si erano arresi alle nuove autorità. Con molta probabilità avrebbe continuato a seminare morte, se non fosse arrivato dal comando fiumano l’ordine preciso di sospendere le esecuzioni”.

    Lei ha partecipato alla recente esumazione dei caduti italiani?

    “Ho avuto modo di assistere agli scavi. È stato per me un momento di forte compassione per quelle povere persone. Nel corso della riesumazione sono emersi, assieme alle ossa, anche una serie di oggetti personali, tra cui un orologio, una protesi con denti d’oro, due pettini e un gemello da polso. Personalmente ritengo che l’orologio appartenesse a Riccardo Gigante, perché soltanto una persona illustre come il podestà della città poteva permettersi di possederlo all’epoca. Ho avuto modo di esaminarlo e ho natato che la parte posteriore, dove di solito ci sono delle scritte e delle dediche, è completamente corrosa. Forse con specifiche analisi si potrà risalire all’eventuale scritta e collegarla in qualche a una delle vittime del gruppo”.

    Altre foibe nella regione

    Il bosco di Loza cela altri eccidi?

    “Spero di no. Però sul nostro territorio non c’è fossa né foiba in cui non siano stati gettati resti di persone. Chi sia stato l’esecutore, italiani o partigiani, non lo so. Un sito che richiederebbe maggiori approfondimenti è la foiba Bezdan, che si trova a Kostrena, alla periferia orientale di Fiume, nella quale si ipotizza sarebbero stati fatti sparire diverse decine di italiani e croati. Lì, assieme ad altri amici e colleghi, siamo riusciti a collocare una croce per i defunti”.

    La chiesa di Castua pianifica di porre una croce sopra la fossa di Loza?

    “Sarebbe una doverosa scelta civile e di cristiana pietà. Per farlo occorre però l’autorizzazione del Ministero della Difesa croato e di quello italiano. La mia parrocchia è sempre pronta a porgere il proprio sostegno e a organizzare il collocamento della croce”.

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