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    Quando la politica cerca di dettare legge alla ricerca storica

    By Fulvio Salimbeni Aprile 14, 2019 52

    Una conferma del degrado della politica anche regionale viene dall’approvazione, il 26 marzo scorso, da parte del Consiglio Regionale della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia della mozione n. 50 della XII Legislatura, presentata alla Presidenza il 7 febbraio a firma di P. Camber (Forza Italia) e G. Ghersinich (Lega), in cui si propone di “Sospendere ogni contributo finanziario, patrocinio o concessione a beneficio di soggetti pubblici e privati che, direttamente o indirettamente, concorrano con qualunque mezzo a negare o ridurre il dramma delle Foibe e dell’Esodo”, prendendo esplicitamente di mira l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) - passando sotto silenzio il fatto che un’iniziativa riduzionista in materia di foibe della sua sezione di Parma è stata subito sconfessata dalla sede centrale - e l’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia, editore del Vademecum per il Giorno del Ricordo, “con il quale si vuole diffondere una versione riduzionista della storia della pulizia etnica perpetrata dai partigiani titini”, come affermano gli estensori della mozione.È singolare che Camber abbia presentato questo documento a ridosso della sua estromissione dal Consiglio Regionale in seguito a una condanna per uso improprio di fondi pubblici, quasi volesse distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dalle sue responsabilità, ma resta il fatto che ci si trova di fronte a un pesante intervento politico nel campo della ricerca storica, che si mira a condizionare e a limitare nella propria libertà scientifica e cui s’è associato Renzo de Vidovich con un comunicato stampa (1 aprile), in cui si attacca pesantemente Raoul Pupo. Ciò che, però, è più preoccupante è il fatto che gli estensori della mozione o non hanno letto il Vademecum o l’hanno letto in maniera superficiale e prevenuta, nulla conoscendo degli studi storici in materia.
    Positiva, però, è stata la reazione degli studiosi, che, di là dai diversi orientamenti, hanno reagito immediatamente, prima, in ambito locale, firmando una protesta promossa da due apprezzati intellettuali, Chiereghin e Senardi (pubblicata nel “Piccolo” dell’8 aprile), poi quella di P. Pezzino, presidente dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri” – Rete degli Istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea, indirizzata a Fedriga, presidente della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, e p.c. al presidente della Repubblica, essa pure sottoscritta da decine di studiosi e intellettuali di rilievo nazionale. Oltre a ciò, va rilevato che a difesa del Vademecum e del suo principale estensore, Raoul Pupo, coadiuvato da Anna Vinci e Gloria Nemec, mentre Franco Cecotti ha curato le 22 mappe e fotografie di corredo, sono intervenuti pure Paolo Mieli e Gianni Oliva, intervistati al riguardo dal “Piccolo”, quotidiano di Trieste, rispettivamente il 3 e 5 aprile. L’aspetto buffo della vicenda, però, è dato dal fatto che l’attuale assessore regionale alla Cultura, Tiziana Gibelli, ha definito il Vademecum “ineccepibile dal punto di vista storiografico” (“Il Piccolo”, 4 aprile), giudizio sul quale sostanzialmente concorda pure il presidente del Consiglio Regionale Piero Mauro Zanin, senza contare che Raoul Pupo, al centro della tempesta, è il medesimo storico che il Consiglio Regionale quest’anno ha invitato a tenere il discorso ufficiale per il Giorno del Ricordo del 10 febbraio, che non aveva avuto alcun riscontro negativo.

    Uno strumento utile

    Venendo ora al contestato Vademecum per il Giorno del Ricordo (messo in rete sul sito dell’IRSRECFVG – www.irsml.eu – il 22 gennaio), esso, come osservato da Senardi nella citata protesta, si ricollega alla Relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena, sottoscritta all’unanimità dai 14 membri e consegnata ai rispettivi governi nel luglio 2000 dopo sette anni d’intenso e fruttuoso lavoro (la si può leggere in “Qualestoria”, n.2, 2000), cui s’è richiamato pure Damir Grubisa, già ambasciatore croato a Roma, in Giorno del Ricordo: le cautele slovene (“La Voce del Popolo”, 23 marzo), costituendone una sorta di sviluppo e approfondimento. Il testo, di 64 pagine, s’articola in sette sezioni, nell’ordine dedicate a: questioni generali, fascismo di confine, occupazioni italiane in Jugoslavia, foibe, esodo, questione di Trieste, amnesie e ricordi, oltre a 13 FAQ (Frequently Asked Questions, domande e risposte più spesso poste in merito a un determinato argomento) riguardanti la questione delle foibe e dell’esodo – su cui in prevalenza si sono incentrate l’attenzione dell’opinione pubblica e le polemiche da parte delle associazioni della diaspora istriana e dalmata –, pensate in primo luogo per il mondo della scuola, oltre a una bibliografia sintetica finale, relativa a ognuna delle sette sezioni, che tiene conto della miglior produzione storiografica italiana, slovena e internazionale in merito, anche se desta stupore la citazione dei testi di Sandi Volk e Piero Purini, che storici non sono e loro sì sostanzialmente negazionisti o perlomeno riduzionisti della vicenda..
    È merito del Vademecum aver affrontato l’argomento in una prospettiva di lungo periodo, che prende le mosse dall’Ottocento – allorché iniziarono gli scontri e le tensioni tra popolazioni per secoli pacificamente convissute sulla sponda adriatica orientale e che ora i nascenti nazionalismi ponevano le une contro le altre armate, donde poi le tragedie del Novecento –, dando adeguato rilievo alla politica snazionalizzatrice fascista nei riguardi delle minoranze etniche entrate a far parte del regno d’Italia dopo la Grande Guerra così come al nazionalismo connotante le rivendicazioni territoriali jugoslave, di là dal conclamato internazionalismo socialista, dopo il 1943, senza minimamente tacere o ridimensionare la tragedia delle foibe dell’autunno 1943 e del maggio-giugno 1945 e dell’esodo postbellico nelle sue varie fasi.
    Gli estensori del Vademecum per il loro lavoro hanno tenuto in adeguato conto quanto già messo in luce a suo tempo nei pionieristici lavori di Elio Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, 1918-1943. Ricerche storiche (Laterza, 1966), di Angelo Ara sulla complessa realtà multietnica della Venezia Giulia tra XIX e XX secolo e di Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, 1866-2006 (Il Mulino, 2007), oltre che dei precedenti studi di Pupo, della Vinci e di Roberto Spazzali, collaboratore dell’Istituto triestino della Resistenza e dell’IRCI (Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata), il cui direttore Piero Delbello è intervenuto sul “Piccolo” del 5 aprile per ricordarne gli innegabili meriti scientifici e il fatto d’essersi occupato della questione delle foibe molto per tempo, ben prima di quanto pensi Paolo Mieli nella già ricordata intervista sul quotidiano triestino. Sergio Bartole, già autorevole copresidente della Commissione italo-slovena, inoltre, in un intervento sul “Piccolo” del 6 aprile sulle Istituzioni alla fiera dei diritti negati, contestando lui pure la delibera regionale, ha ricordato un altro precursore della rilettura critica dei temi in oggetto quale è stato Stelio Spadaro, a suo tempo figura di spicco del Partito Democratico della Sinistra di Trieste, che ebbe il coraggio di proporre agli eredi del PCI un severo esame di coscienza sulle posizioni a suo tempo assunte riguardo il recente passato sul confine orientale, mentre ora è Gianni Cuperlo, già parlamentare del Partito Democratico, a contestare la censura ideologica regionale, esprimendo vivo apprezzamento per il Vademecum come serio strumento di divulgazione d’una storia ancora poco conosciuta fuori dai confini giuliani.
    In opposizione a ciò, il 10 aprile nel capoluogo giuliano è prevista, promossa dall’Associazione culturale “Tina Modotti”, una conferenza di Angelo D’Orsi, La narrazione intorno alle foibe. Riflessioni su un’ambigua verità di stato, introdotta da Claudia Cernigoi, con interventi di Alessandra Kersevan, Piero Purini Purich e Claudio Venza, la cui impostazione è immaginabile, viste le indicazioni del sottotitolo e i nomi dei partecipanti. È in risposta a iniziative del genere, a polemiche in Slovenia sulle vicende qui in esame e a quelle suscitate dal Vademecum che nella “Voce del Popolo” sono comparsi gli interventi di Ilaria Rocchi, L’algoritmo Facebook censura i “negazionisti” (26 marzo) – in cui si ricorda che i negazionisti di cui sopra, da tempo invitati da Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli Istriani, a un pubblico dibattito in materia, lo hanno sostanzialmente lasciato cadere –, e di Kristjan Knez, La storia, i miti, le manomissioni (27 marzo), e La sconfitta e l’immaturità (2 aprile), in cui si fa il punto sui dibattiti in atto, con precisazioni sui drammatici eventi del ventennio fascista e del secondo dopoguerra in particolare in Istria, deprecando l’ignoranza di tanti politici, anche sloveni, su tali vicende. Ma già il 22 febbraio, intervenendo sulle polemiche successive alle dichiarazioni di Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, a Basovizza nel Giorno del Ricordo, lo studioso piranese aveva condiviso la proposta del presidente sloveno Pahor di pubblicare un manuale scolastico comune di storia, in italiano e in sloveno, così da formare le nuove generazioni alla reciproca comprensione e alla conoscenza della verità storica, fuori da pregiudiziali ideologiche. E da questo punto di vista, il Vademecum si propone quale valido punto di riferimento.

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