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    Sicurezza e immigrazione «baby face» mostra i denti

    By Ilaria Rocchi Luglio 29, 2018 187
    Sebastian Kurz Sebastian Kurz REUTERS/Andreas Gebert

    Garantire la sicurezza delle frontiere esterne dell’Unione europea a 28: è l’impegno che l’Austria si è assunta nel semestre di presidenza del Consiglio UE, che segue quello appena concluso della Bulgaria. Dopo sei mesi passerà il testimone alla Romania. Sarà un periodo in cui, con Sebastian Kurz protagonista della scena diplomatica continentale, si concentreranno negoziati chiave per il futuro dell’UE, soprattutto in vista delle prossime elezioni comunitarie. Il cancelliere austriaco ha detto che per il suo Paese è “un onore”, ma anche “una grande responsabilità”, visto che l’ambiente internazionale è difficile in questo momento e le sfide stanno disegnando nuove alleanze in Europa o mettendo alla prova rapporti consolidati. È la terza volta che all’Austria capita questo ruolo da quando è membro dell’UE e dalla quella prima presidenza sono passati anni luce. Il Paese si troverà a dover trovare un’applicazione alle linee guida sulle migrazioni emerse dal vertice europeo di fine giugno a Bruxelles, a gestire i difficili negoziati sulla riforma del regolamento di Dublino che attribuisce ai paesi di primo ingresso nell’Ue la responsabilità delle richieste di asilo, ma anche il rafforzamento dei confini europei e dell’agenzia Frontex, per garantire una protezione efficace delle frontiere esterne dell’Unione, e il potenziamento dei rimpatri. Temi spinosi che s’intrecciano con le discussioni sul prossimo bilancio pluriennale dell’UE per il periodo 2021-2027. Accanto a queste, le altrettanto difficili discussioni sulla riforma dell’Eurozona e il dossier sempre più incartato della Brexit. Per il 20 settembre è previsto a Salisburgo un summit informale dei capi di Stato e di governo.

    Il semestre di presidenza austriaca ha preso il via a inizio luglio, con la priorità della sicurezza, come si diceva, della stabilità nelle regioni limitrofe. Compreso il contrasto all’immigrazione illegale, con tolleranza zero ed esplusione degli stranieri che non hanno diritto di restare sul suo suolo. Stress test per l’UE, rischia di saltare il sistema Schengen. Una situazione complessa, caotica anche, con la tentazione delle frontiere chiuse che tocca trasversalmente un po’ tutto il continente, dalla Germania all’Italia (che torna a presidiare in modo massiccio i confini di Stato, come annunciato dopo l’incontro del 3 luglio tra il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, e il ministro dell’Interno, Matteo Salvini) e all’Austria Il premier Sebastian Kurz – capo dell’Österreichische Volkspartei ÖVP, la democrazia cristiana austriaca –, che governa in alleanza con il partito di estrema destra FPÖ, sta difendendo una linea dura; vuole una politica migratoria europea più restrittiva e una maggiore protezione delle frontiere esterne dell’UE. Kurz vanta di essere uno dei principali artefici della chiusura della Rotta balcanica nel 2016 quando era ministro degli Esteri. Ha costruito la sua ascesa e cementato la sua alleanza con l’FPÖ sulla promessa di una politica migratoria senza compromessi. Dopo le elezioni del dicembre scorso, a soli 31 anni è diventato il più giovane primo ministro d’Europa. Intervistato dalla “Bild”, Kurz ha affermato che l’obiettivo “resta quello di una soluzione comune europea per rafforzare il controllo delle frontiere esterne e la creazione di centri di raccolta in Paesi terzi”. D’altronde, “Un’Europa che protegge” è il motto scelto da Vienna per la sua leadership di turno; concetto coniuga volentieri con il termine di chiusura dei confini o di esternalizzazione delle frontiere. In perfetta sintonia con Italia, Germania e Ungheria, ma pronti a sigillare i rispettivi confini, in maniera che ognuno dei tre si arrangi con i profughi che ha in casa. Vienna sembrerebbe così più vicina ai Paesi di Višegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia), che hanno respinto la proposta di ripartire i richiedenti asilo durante i periodi di crisi, che non a Bruxelles.

    “È sicuramente un semestre molto complicato quello che si profila”, spiega la professoressa Federiga Bindi, docente di Politica europea al centro “Jean Monnet” dell’Università di Tor Vergata. “L’ultimo Consiglio europeo è terminato in modo contraddittorio: tutti hanno dichiarato vittoria e tutti sono stati dichiarati sconfitti, ma la grande sconfitta sembra essere Angela Merkel. Quindi, cosa succederà nei prossimi sei mesi verrà determinato prima di tutto da cosa succederà in Germania”. Per quanto riguarda l’immigrazione, continua la prof. Bindi, “tutti vogliono chiudere le frontiere, ma a me pare che nessuno stia guardando al problema in modo complesso. Prevedo delle alzate di scudi gli uni contro gli altri, e non vedo come questo possa finire se non si cambia completamente il paradigma”. Inoltre, continua, difficilmente il governo austriaco faciliterà un negoziato” sia per la sua natura antieuropeista sia perché concentrati su altre priorità, come l’area del Danubio.
    Sulla riforma del regolamento di Dublino, che prevede la richiesta obbligatoria del diritto d’asilo nei Paesi di primo arrivo, difficile si possa arrivare ad una soluzione in tempi brevi. La riforma di un regolamento, precisa ancora la prof. Bindi, “è un iter che passa per il Parlamento e il Consiglio, quindi non è una cosa che può essere fatta in pochi mesi”. Tra l’altro, nel semestre estivo il Parlamento europeo è fermo per le ferie (si riprende appena a settembre) e quindi i mesi utili sono meno, per cui sarà difficile, anche laddove ci fosse la volontà, avviare una riforma in tempi brevi, tanto meno in questo semestre.

    Oltre a questi argomenti caldi, il governo del giovane cancelliere Sebastian Kurz – da certi definito “baby face” – punterà anche a far avanzare i negoziati sul futuro bilancio dell’UE, un problema ereditato dai predecessori. Il governo di Vienna si è inoltre prefissato l’obiettivo di compiere progressi significativi sull’allargamento dell’Unione ai Paesi dei Balcani occidentali. Il raggiungimento di risultati tangibili dovrebbe comunque essere difficile, in parte a causa dell’inizio della campagna per le elezioni europee nel maggio 2019, in parte a causa dello stallo dei negoziati con il Regno Unito sulla Brexit (che a Londra sta mandando a pezzi l’esecutivo di Theresa May). L’altra grande sfida per la presidenza austriaca sarà quella posta dai negoziati sul bilancio a lungo termine dell’UE per il 2021-2027, complicati dai tagli proposti dalla Commissione UE alle risorse destinate alla Politica agricola comune e alle regioni. I principali beneficiari della PAC, Francia e Spagna, denunciano la perdita di reddito per gli agricoltori e chiedono il mantenimento del bilancio al livello attuale.

    L’Austria auspica infine una maggiore integrazione dei Balcani occidentali nell’Unione ed ha più volte sottolineato l’importanza della “stabilità” del suo vicinato, chiedendo la “preadesione dei Balcani occidentali e dell’Europa sudorientale all’Ue”. “Questa regione è parte dell’Europa in termini di politica economica e sicurezza e si è dimostrata un partner affidabile durante la crisi migratoria”, secondo Vienna. Tuttavia, è improbabile che Vienna riesca a ottenere progressi concreti anche su questo dossier. A causa dell’opposizione di Francia, Olanda e Danimarca, le trattative per l’adesione dell’Albania e dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia non arriveranno sul tavolo del Consiglio europeo, prima del giugno 2019, a condizione ovviamente che il percorso di riforme avviato nei due Paesi candidati continui.

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