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    Furio Radin: "Continuerò a monitorare"

    By Diana Pirjavec Rameša Luglio 09, 2018 213
    Furio Radin Furio Radin Dusko Marusic/PIXSELL

    Siamo in tempo di elezioni ed è questo il momento giusto per capire come si muove la CNI e tracciare delle ipotesi su di un possibile nuovo assetto dell’Unione Italiana, la nostra massima organizzazione rappresentativa. E non c’è interlocutore migliore del presidente uscente Furio Radin, che per noi ha fatto delle considerazioni importanti sui cambiamenti da realizzare in seno all’UI. Ha fatto pure il punto sull’attuale situazione politica in Croazia. Sono riflessioni, ma forse sarebbe il caso di dire indicazioni che, a prescindere da chi vincerà le elezioni per il rinnovo degli organi rappresentativi della CNI in agenda l’8 luglio, bisognerà analizzare con serietà e spirito critico.

    Dopo dodici anni lascia i vertici dell’Unione Italiana. Le dispiace un po’?

    “L’emendamento che riduce i mandati a due, come ricorderà, è mio, Fu approvato nel momento in cui era stata introdotta l’elezione diretta dei presidenti, e non tutti erano d’accordo. Comunque, è chiaro che lascio soltanto la funzione. Dell’Unione Italiana continuerò ad occuparmi attivamente, e non soltanto da parlamentare, ma anche da connazionale, ancora più libero di esprimere le mie opinioni personali, con meno vincoli istituzionali. Le mie prese di posizione saranno politiche, ma non soltanto, e da luglio in poi vi assicuro che monitorerò con accuratezza la nostra vita associativa. È chiaro che parteciperò anche alle nostre assemblee e, cosa che non ho fatto finora per rispetto dell’autonomia dei ruoli, anche alle Giunte esecutive importanti. Da deputato”.

    Se la sente di fare un bilancio di questi tre mandati, due da Presidente dell’UI e uno da Presidente dell’Assemblea?

    “È stata fatta una marea di cose, siamo una comunità nazionale attivissima, con CI e istituzioni in continua evoluzione. E questo potrebbe bastare. Mi piace ricordare di avere conseguito il doppio voto (il progetto e la strategia erano nostre, dato che i serbi non lo volevano per ragioni loro, e le altre minoranze sono rimaste passive), purtroppo abrogato dalla Corte costituzionale. Abbiamo esteso anche il bilinguismo, soprattutto nelle istituzioni statali, basti vedere le indicazioni sull’Ipsilon istriana, o il fatto che le denominazioni delle nostre città e comuni sono bilingui, anche a livello di istituzioni statali. L’emendamento che ha reso possibile tutto ciò, senza falsa modestia, l’ho fatto passare io in Parlamento. Non sono un analitico o un burocrate e perciò mi esprimerò sinteticamente: siamo sopravvissuti, nonostante i molti nemici esterni e le critiche, a volte giustificate, ma soprattutto le beghe interne, tipiche di ogni gruppo costretto a vivere in una comunità praticamente ‘perpetua’. Io la chiamo ‘sindrome da sommergibile’, caratteristica di chi è costretto a stare a stretto contatto, in spazi angusti, per tempi lunghi e poi finisce per non sopportare l’equipaggio o alcuni suoi membri”.

    Occasione mancata

    A luglio sono previste le elezioni per il rinnovo degli incarichi in seno all’Unione Italiana. Si andrà al voto in base alle vecchie regole elettorali. C’era stato un tentativo di riformare il sistema elettorale, soprattutto nel segmento che riguarda le modalità di elezione del presidente dell’UI e di quello della Giunta esecutiva, ma poi non se ne è fatto nulla. La considera un’occasione mancata?

    “Assolutamente, e l’ho proposto più volte, ma in un modo diverso, da quello un po’ retrò, nato improvvisamente qualche mese fa. L’Assemblea dovrebbe essere molto più snella e operativa. In sintesi, noi, a parte le elezioni indubbiamente molto più democratiche che nelle altre associazioni, abbiamo ancora molto da lavorare per diventare un’organizzazione in cui dominano i problemi comuni e non quelli di campanile. Per questo mi sono opposto alle tendenze degli ultimi tempi di rafforzare ulteriormente un sistema delegatario che peraltro non si è mai estinto del tutto. Basta vedere il numero di candidature uniche o blindate alle elezioni di luglio. Dunque, democrazia sì, a ogni costo, ma non di quelle che arrivano a vedere soltanto il proprio ombelico...”.

    Quali i consigli che da “uomo della politica” potrebbe dare alla dirigenza che uscirà da queste elezioni?

    “Quella che uscirà dalle prossime elezioni avrà, ovviamente, la facoltà di decidere sui propri destini. Soprattutto l’Assemblea dovrà dimostrare un grado più alto di responsabilità”.

    E per quanto riguarda il futuro?

    “Per un prossimo mandato, propongo di eleggere un presidente con diritto di rappresentanza, senza nessun tipo di competenze esecutive, ma con il compito di tenere, insieme ai deputati a Zagabria e Lubiana, i rapporti con i governi e con le autorità locali. Sarebbe opportuno sostituire la Giunta esecutiva con un segretario o direttore generale, e usare le risorse di un’amministrazione preparata e creativa, in parte già esistente, ma per ora con mansioni più che altro impiegatizie. Insomma, la parte esecutiva va semplificata: siamo un’associazione, importante quanto vuoi, ma non uno Stato. Inoltre, cosa importantissima, eleggere un’Assemblea operativa composta da una trentina di persone che si riunirebbe molto spesso, non necessariamente fisicamente, ma usando gli strumenti della tecnologia digitale, per limitare i tempi e i costi. Una volta all’anno, quando si decide del bilancio, l’Assemblea verrebbe integrata dai presidenti delle CI non rappresentate in Assemblea, con potere decisionale uguale a quello dei consiglieri eletti per circoscrizioni. In tal modo, tutte le Comunità avrebbero diritto di discutere dei propri bisogni finanziari, e di approvarli”.

    Si può fare di più...

    Quali dovrebbero essere le prerogative dell’Assemblea?

    “L’Assemblea UI dovrebbe discutere, approvare e dare indicazioni operative all’amministrazione e al segretario generale o direttore che si voglia, su tutte le altre questioni. Ho espresso. questo concetto in almeno due Assemblee, ma nessuno mi ha ascoltato, perché le priorità erano i litigi tra i ‘gruppi di opinione’. Adesso non parlo più da presidente, ma è chiaro che anticipo le mie argomentazioni future, quando sarò libero da vincoli istituzionali, a parte quelli parlamentari. In altri termini, lo Statuto dell’UI va cambiato e semplificato, dato che si basa su una mentalità superata, in cui tutto doveva essere regolato nel dettaglio, e nulla era possibile se non era scritto a chiare lettere. Io sostengo che è possibile tutto ciò che non è espressamente vietato, in modo liberale e responsabile”.

    Tra le questioni urgenti da risolvere, il problema del Fondo Promozione, ma anche tutta una serie di difficoltà nate nella comunicazione con l’Università Popolare di Trieste. Vede una possibile soluzione?

    “L’UI senza le CI non esiste. Dunque, l’Assemblea dell’Unione Italiana dovrebbe finanziarle e controllarle, ma lasciando loro molta più autonomia. L’autonomia è anche, e soprattutto, responsabilità. Analogo il discorso per riguarda scuole e istituzioni. Premetto che la maggior parte delle CI e delle istituzioni hanno già un alto livello di responsabilità, ma rimangono ampi spazi di miglioramento”.

    L’autofinanziamento delle Comunità è uno degli argomenti su di cui tante volte si preferisce glissare. Un po’ come il discorso sull’imprenditoria all’interno della CNI. Le nostre associazioni non possono affrontare il mercato, questo è chiaro. Hanno bisogno di sostegni, ma talvolta la richiesta di finanziamenti viene interpretata non come un diritto bensì come una richiesta di “privilegi”. Lei come vede la questione?

    “I finanziamenti delle CI e delle istituzioni, che rappresentano i pilastri. della nostra identità e cultura, sono un diritto, posti i paletti della responsabilità. Sulle manifestazioni UI-UPT, insieme o separate, bisogna iniziare una discussione seria e comune, e soprattutto c’è necessità di un dibattito pubblico molto più articolato ed esteso. Sono anni che continuo a ripetere che i tempi delle vacche grasse stanno terminando. Priorità assoluta, dunque, a CI e istituzioni. È da lì che nascono l’identità e la cultura”.

    Di recente è stato ricevuto, assieme alla presidente Kolinda Grabar Kitarović, dal Capo dello Stato italiano, Sergio Mattarella. Come giudica i rapporti con Roma in questo delicato momento politico, sia per la Croazia che l’Italia?

    “La politica è sempre delicata, e in questo momento lo è in modo particolare. I populismi sono pericolosi e bisogna assolutamente combatterli ed evitarli. Mi riferisco alla Croazia, l’Italia è un problema a parte, che richiederebbe un discorso molto più articolato, che peraltro mi compete meno. Per quanto riguarda i rapporti tra Italia e Croazia, non ci sono problemi aperti, o comunque rilevanti. Certo, se si si arrivasse ai referendum che limitano i diritti umani e minoritari in Croazia, il discorso si farebbe molto più complesso. In fin dei conti, ci sono anche trattati internazionali tra i due Paesi, recepiti dai tempi della Jugoslavia o firmati dopo il riconoscimento della Croazia”.

    Questione referendum: la richiesta di modifiche alla Legge elettorale croata portata avanti da un gruppo di nazionalisti clericali, che, se realizzata, penalizzerebbe le minoranze e limiterebbe il loro mandato violando, se vogliamo dire la verità, la Costituzione e i trattati internazionali sta dividendo la scena politica e pubblica croata. Sono in molti a scagliarsi contro le minoranze, ma soprattutto contro la sua persona e contro il deputato serbo Milorad Pupovac. Ha mai avuto paura che le minacce che le sono state rivolte poi di fatto vengano realizzate. Ha chiesto una scorta?

    “Non ho scorta se non nelle occasioni ufficiali, e non mi serve, anche se sono successi fatti pericolosi anche dal punto di vista fisico, che non ho voluto divulgare sui media, per non amplificarli. Tutto denunciato e documentato, e ogni tanto prendo un caffè con l’investigatore che si occupa di questi, chiamiamoli, eventi preoccupanti. È un ragazzo simpatico, e ho deciso di prendere in considerazione l’eventualità che si sia trattato di fatti casuali o, almeno, sporadici, e scherzarci sopra. Chi teme l’intimidazione, è meglio che non si occupi di politica e di diritti umani. Per quanto riguarda le minacce verbali e anche fisiche sulle reti sociali e sui portali, mi limito, a volte, a segnalarle. Alcune vengono prese sul serio e seguono un proprio iter”.

    Fino a quando le minoranze continueranno a supportare il governo Plenković?

    “Fino a quando l’orientamento politico del suo partito avrà, entro i limiti del caso, una tendenza di centro, anche se conservatore. So che questa scelta non è condivisa da una parte dei connazionali, ma io devo pensare al bene della nostra collettività, alla Comunità nazionale Italiana. 
    È una scelta mia, e ne ho sempre preso la responsabilità. Un minuto dopo che la supremazia dei talebani, clericali, elementi di destra o di altro genere, prendesse il sopravvento, lascerei la coalizione. Insomma, se cade Plenković o se il governo cambia rotta, soprattutto sulle nostre problematiche, per quanto mi riguarda si va alle urne. Lo stesso vale per eventuali e improbabili rapporti con i populisti. Non dimentichiamo che i leader del ‘Most’ e della ‘Barriera Umana’ hanno firmato per i due referendum, e questo, per noi, è un fatto estremamente preoccupante. Potrei fare un pensierino sulla grande coalizione con i partiti di centro-sinistra, con le dovute garanzie. Ma questa, per ora, è fantascienza. Vuole una previsione? Potrebbe succedere dopo le prossime elezioni, e ho l’impressione che anche allora servirebbero i voti dei deputati delle minoranze. Anche per questo è di vitale importanza sventare il pericolo dei referendum. In ogni caso, nei tempi brevi e medi, succederà un pò di tutto, e non parlo di cose positive”.

    C’è qualcosa da aggiungere alla fine di questa intervista?

    “Per ora no, ma finiamo in bellezza. Dopo tante battaglie in Parlamento e fuori, trasmissioni e dichiarazioni su canali televisivi nazionali, locali e su quasi tutti i media sui referendum, e dopo aver criticato recentemente e duramente in più occasioni gli organizzatori della destra radicale e clericale, e anche la Presidente della Repubblica, leggere che organi locali di connazionali discutano sul fatto se io sia intervenuto abbastanza o meno su queste problematiche, mi fa pensare che ho bisogno veramente di una scorta, ma di vino, perché é troppo divertente”.

     

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