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    Le partenze Oltreoceano con la qualifica di «Displaced Persons»

    By Rosanna Turcinovich Giuricin Marzo 03, 2019 280

    Agosto 1950: “Qualche giorno fa è avvenuto, a Genova, un fatto che non ha avuto rilievo nella stampa, ma che è pieno di significato, oltre che di malinconia. È partita, diretta in Australia una nave dell’IRO, cioè dell’organizzazione internazionale che si occupa dei profughi e dei rifugiati e cerca di aiutarli a trovare una sistemazione in questo mondo sconvolto dal fanatismo e la maggior parte dei partenti era costituita da italiani, da italiani dell’Istria e della Dalmazia, che hanno dovuto abbandonare case, attività e averi per conservare il diritto di essere liberi e di essere italiani. Adesso emigrano agli antipodi e diventeranno australiani”. Lo scrive il Corriere d’informazione del 4-5 agosto 1950, nella rubrica “Rosa dei venti” in prima pagina, a firma Pangloss, informando che ci sono anche italiani tra le “Displaced Persons”.

    Diritto e negazioni dell’opzione

    La nota fa parte del lavoro di ricerca del prof. Paolo Anelli, che abbiamo avuto modo di conoscere per le sue indagini su un sacerdote esule d’eccellenza, Padre Alfonso Orlini. Solo qualche settimana fa, durante la cerimonia di conferimento del Premio “Dignità giuliano-dalmata nel mondo” al prof. Konrad Eisenbichler che l’ha accettato “a nome di tutta la diaspora giuliano-dalmata” nei vari continenti, il prof. Anelli ha voluto affrontare un argomento che molti conoscono ma che viene citato di rado negli incontri del 10 febbraio: il diritto, ma anche la “negazione” all’opzione che caratterizzò per anni la realtà delle località di provenienza degli Italiani in Istria, Fiume e Dalmazia.
    Un argomento di nicchia, che spesso ribalta alcune affermazioni su una posizione granitica e di totale accettazione del regime di Tito da parte dei rimasti. Per tanti anni considerati “traditori” o “venduti” senza analizzare fino in fondo la realtà delle cose. Emerge, in modo forte da un approccio onesto e lucido, che ci sia una storia per ogni esule e una per ogni rimasto, con le proprie ragioni, considerazioni, che vanno rispettate per una questione di onestà nei confronti di una storia collettiva che ha messo alla prova gli uni e gli altri.

    Perché l’opzione, prof. Anelli?

    Anni fa, nelle mie ricerche su Orlini, che era stato presidente dell’ANVGD, mi recai a Firenze per sfogliare la collezione di Difesa adriatica, giornale che per anni ha fatto conoscere la voce degli esuli. Fu su quelle pagine che ebbi modo di constatare ciò che il fenomeno, poco conosciuto, delle opzioni, aveva rappresentato per questo popolo sparso, per cui andarsene era molto difficile, ma anche non andarsene pesava sul destino delle persone.

    Vogliamo specificare da che cosa nasce il diritto all’opzione e darne una definizione?

    L’art. 19 del Trattato di Pace del 10 febbraio 1947, con entrata in vigore il 15 settembre, imponeva a ogni singolo abitante delle terre cedute alla Jugoslavia di esercitare, entro un anno, il diritto di opzione: scegliere tra cittadinanza italiana (partire) e cittadinanza jugoslava (restare). Nel diritto internazionale, in caso di cessione territoriale, indica il potere del singolo abitante di scegliere tra la cittadinanza dello Stato cessionario e quella dello Stato cedente.

    Come veniva esercitato?

    Con una domanda da rivolgere alle autorità jugoslave, percepito comunque come un “assurdo e umiliante atto” anche se l’esito del diritto di opzione a favore dell’Italia appariva già, strada facendo (Difesa adriatica, nel maggio 1948), come un “superbo plebiscito”. Per il numero degli optanti e per le circostanze di contrasto nelle quali si è svolto, che al di là del recinto spinato ha potuto raggiungere proporzioni totalitarie come in alcune città costiere e sulle isole, è assurto già all’altezza del mito e trascende di gran lunga, avvolto in un alone di tragica fermezza, quel plebiscito che la Carta Atlantica ci aveva promesso e che i “grandi” ci hanno brutalmente negato. Di fatto, il governo jugoslavo perseguitava gli italiani optanti per la cittadinanza italiana, ritardando o rifiutando la concessione di quello che era un diritto sancito dal Trattato. Non mancavano altresì violente rappresaglie contro gli optanti, come si ricava dall’interrogazione parlamentare rivolta al Ministro agli Affari Esteri Carlo Sforza, presentata dall’on. Attilio Bartole, il 22 febbraio 1951, sul comportamento delle autorità jugoslave nei confronti degli optanti italiani dell’Istria (4538, risposta annunciata nella seduta del 22 feb. 1951, pag. 26435). Ne dava notizia Difesa adriatica: “Al Ministero degli Affari Esteri per sapere se è a conoscenza del governo italiano che, contrariamente allo spirito del recente accordo italo-jugoslavo del 23 dicembre 1950 per il regolamento di alcune questioni relative alle opzioni, attualmente nei territori dell’Istria ceduta, quelle autorità cercano in tutti modi di ostacolare l’esercizio del diritto suddetto. Per sapere se risulta al governo italiano che si arriva in certi casi non solo a minacciare gli italiani di arresto e lavoro coatto, ma si procede financo all’incarceramento di nostri connazionali…”.

    Ma quale era lo stato di chi era in attesa di opzione?

    Racconta un esule che nel 1947 non essendo ancora maggiorenne, non poté scegliere. Suo padre non si sentiva di andar via e nel 1949, diventato maggiorenne, fece domanda per avere la cittadinanza italiana: l’hanno incarcerato e condannato per tre anni e mezzo ai lavori forzati. Altra testimonianza di due profughi fiumani emigrati in Argentina: lui fece domanda e scontò 4 anni di prigione; a sua cugina le autorità jugoslave concedettero il permesso di partire soltanto dopo 11 anni. Altro caso: mio padre è stato tante volte a Zagabria per avere i passaporti e non glieli timbravano mai, perché lui era un artigiano e loro avevano bisogno di artigiani. Così era anche per i marittimi. Sempre su Difesa adriatica del 25 dic. 1949 si legge: Costernazione a Cherso – Centinaia di opzioni respinte ai familiari di marittimi chersini. I marittimi chersini lavoravano su navi delle società di navigazione italiane, tradizione secolare. La marina mercantile jugoslava non aveva personale esperto. Dato che l’opzione doveva essere individuale, le autorità jugoslave locali, per limitare il numero degli optanti e trattenere i marittimi, non accettavano l’opzione delle mogli.

    Per chi andava Oltreoceano, la situazione non era meno difficile e, per certi versi, traumatica…

    Difficoltà e frustrazioni emergono chiaramente dalle interviste a profughi-emigrati in Argentina o in Canada, fatte da studiosi dell’Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia. In realtà sulla libera volontarietà del singolo prevaleva l’arbitrio del sistema. Spesso era impossibile formulare una scelta. Si tratta di casi di cittadinanza indefinita, tali erano gli italiani in attesa di ricevere il documento attestante la cittadinanza, che potevano aspirare a emigrare all’estero presentandosi alle sedi italiane della International Refugee Organization (IRO), che si trovavano a Milano, Gorizia, Trieste, Roma e Napoli (campo di Bagnoli). L’IRO era l’organismo temporaneo, d’emergenza, delle Nazioni Unite, fondato nel 1946, attivo fino a gennaio 1952, nato per svolgere opera d’assistenza verso rifugiati e Displaced Persons (D. P.) in molti Paesi dell’Europa e dell’Asia che alla fine della guerra non potevano ritornare nei loro Paesi d’origine per motivi politici. Lo scopo era rimpatriare i profughi oppure trovare loro una nuova patria.

    Di quante persone stiamo parlando?

    Alla fine della guerra in Europa c’erano più di 8 milioni di profughi, volontari o forzati, rifugiati o D.P.: uomini, donne, bambini, cattolici, ortodossi, protestanti, ebrei; gente di ogni ceto sociale. Era la malattia dell’Europa postbellica, un flagello senza precedenti nella storia dell’umanità”.

    E in Italia?

    Quanto ai profughi italiani, i Paesi disposti all’accoglienza, Australia, Argentina, Canada, Sud-Africa, erano presenti nei campi IRO con una commissione medica che valutava le richieste attraverso interviste, decidendo sulla loro eleggibilità. Fattori preferenziali nella scelta erano, oltre allo stato di salute, sia il periodo in cui si erano allontanati dal proprio Paese, tra il 6 maggio 1945 e il 1.mo gennaio 1949, sia una chiamata ricevuta da parenti o amici nel Paese d’accoglienza; e naturalmente le competenze professionali. Di fatto, nei campi IRO, la possibilità di emigrare non era maggiore per i profughi più bisognosi, ma dipendeva dalle esigenze dei Paesi che offrivano aiuto: nessuno vuole le bocche che mangiano senza produrre, nessuno vuole i vecchi, i malati, i bambini, scrive Egisto Corradi nel Corriere d’informazione del 9-10 luglio 1949. Un esempio è quello dei medici, come segnala lo stesso titolo dell’articolo: impossibile per un medico trovare una nuova patria. Anche se laureati in celebri Atenei e dotati di buone capacità professionali, nessun Paese del mondo vuole medici profughi in casa propria, perché i nuovi venuti farebbero concorrenza ai medici del posto.

    Il problema dell’accoglienza quindi, non da poco…

    Lo spiega il sommario dello stesso articolo: I giganteschi sforzi dell’IRO non bastano a risolvere il problema delle Displaced Persons: bisogna che le Nazioni Unite facciano cadere i loro egoismi. E intanto nei campi la vita delle Displaced Persons è difficile: nel forzato crogiuolo dei campi le differenze umane non si fondono e anzi si inaspriscono. Dopo l’esperienza dell’esodo e della vita nei Centri raccolta profughi, chi rientrava nella eleggibilità stabilita dall’IRO poteva chiedere di emigrare. La condizione del profugo-emigrante è così tratteggiata dal prof. Konrad Eisenbichler (Premio Dignità Giuliano Dalmata 2019) in un suo scritto del 1995 nel volume “I giuliano-dalmati in Canada”, curato da Robert Buranello: Un’atroce ironia si aggiungeva quindi alla loro situazione: avendo optato per l’Italia, con tutti i rischi di rappresaglie da parte jugoslava che tale atto comportava, avevano ottenuto il permesso di rifugiarsi in Italia, ma una volta emigrati essi perdevano la cittadinanza. Diventavano apolidi, Displaced Persons, nel vero senso della parola, unici tra gli emigranti italiani a ottenere giustamente l’epiteto D. P. Nonostante ciò il Canada continuò a essere una meta ambìta che, vista la richiesta, proseguì l’azione internazionale, chiusa altrove nel 1950, anche nell’estate 1951, come si deduce dall’annuncio dato da Difesa adriatica il 21 luglio 1951. Emigrazione immediata nel Canada: si avverte che l’IRO offre nuove facilitazioni per l’emigrazione nel Canada di profughi, agricoltori, operai, domestici, persone chiamate da parenti, amici e datori di lavoro. Partenza immediata con le famiglie.

    Padre Alfonso Orlini seguiva questi spostamenti?

    Molti profughi giuliano-dalmati, 80mila circa, decideranno di stabilirsi all’estero, nelle Americhe, in Australia, in Sud-Africa. In particolare, nel 1951, l’allora presidente dell’ANVGD, padre Alfonso Orlini, fu incaricato dall’IRO di recarsi proprio in Canada a predisporre un progetto per l’emigrazione dei profughi, dato che per molte migliaia di loro nei centri di raccolta in Italia non vi era speranza di lavoro e benessere. All’inizio di quell’anno su Difesa adriatica era apparso un dettagliato articolo sulle possibilità di emigrare all’estero.

    La decisione di andare, come veniva vissuta?

    Una decisione che non si poteva fare a cuor leggero. Il direttore di Difesa adriatica, Silvano Drago, nell’agosto 1949, aveva rivolto la domanda a due persone di diversa provenienza, un istriano e un dalmata, e di diversa generazione, perché la decisione dei padri influirà domani sul destino, e sul giudizio, dei figli. Le due risposte sono collocate sotto un titolo comune: “Prima che suoni la sirena della nave sapere ognuno se è bene emigrare”.

    Ripensamenti?

    Marco Perlini (Zara 1905 – Vicenza 1995), laureato a Roma negli anni ‘20, esule da Zara nel ‘43 (sarà collaboratore della Rivista dalmatica, rinata a Venezia nel 1954), dà una risposta antiretorica, come gli aveva chiesto il direttore. Nella parte finale del pezzo, intitolato “La realtà e la retorica”, troviamo una testimonianza ricca di osservazioni morali e politiche. Emigreremmo per stare meglio economicamente o non piuttosto per un subcosciente istinto di sfuggire dal campo europeo di battaglia? E in questo caso chi, che cosa, quale idea si tradirebbe? Si tradirebbe la nostra grande-piccola idea adriatica o si tradirebbe un’idea più grande di noi, quest’idea colossale di un’Europa libera umana senza confini senza odi, che noi, piccoli, non vorremmo tradire, non è stata già parecchie volte tradita dai “grandi” occidentali? E lo stesso averci costretto all’esilio non è stato forse un “tradimento” degli occidentali all’“idea” dell’occidente? Siamo solo noi, adriatici italiani, convinti che, pur avendo agito come abbiamo agito, in funzione adriatica e italiana, abbiamo agito anche in funzione europea, ma quanti hanno, in Italia e in occidente, avvertito il valore di questa nostra azione? Tutti, anzi, l’hanno sottaciuta o misconosciuta. Allora ripetiamo anche qua: nessuno, che conosca bene il proprio onesto e tenace temperamento, tema di abbandonare la causa adriatica incominciando le pratiche per abbandonare l’Italia. Ciascuno di noi esuli si sente contemporaneamente adriatico, italiano, europeo; tutto sta nel conoscere (per non pentirsi poi spiritualmente) se il nostro cuore e il nostro cervello “personali”, siano ora portati di più verso la “passione adriatica”, verso le esigenze politiche della patria italiana o verso il sublime sogno europeo. Ma anche quelli fra noi (e sono il 99 per cento) che hanno la “passione adriatica” oltre che nel cuore in cima a tutti i pensieri non possono non riflettere che l’emigrazione a mezzo IRO possa essere l’unica possibilità che ci faccia vedere da vivi l’Italia in Adriatico, in un’Europa unificata. È infatti lapalissiano che per “ritornare” bisogna essere anzitutto vivi. Noi, realisticamente antiretoricamente, – al lume delle nostre amare vicende ed esperienze – imposteremmo il problema dell’“emigrare o no” così. Un unico timore ci assale, il timore che andando in America non finiamo per tradire (non mai la nostra patria adriatica, non la nostra patria italiana) ma appunto e addirittura l’Europa”.

    Tradire, parola abusata in quei tempi difficili, un popolo vittima eppure con tanti dubbi… come mai?

    Vorrei rispondere con un’altra testimonianza, quella di Livio Ruzzier, un giovane di Pirano: “Ma non di solo pane vive l’uomo. Egli ha i suoi sentimenti, le sue aspirazioni, i suoi ideali. E se le guerre, con i patimenti e tutto il corollario di tristi vicende che esse comportano, sono adattissime per distruggere il patrimonio spirituale dell’uomo, ciò non vale per i profughi giuliani che penso debbano essere la gente più sentimentalista e idealista di quest’Europa tanto scettica. E questo pur non avendone alcun dovere. Una lunga guerra che ha portato lutti e rovine in larga copia. Un’occupazione. Un esodo, addirittura una fuga dalla propria città, dalla propria casa, abbandonando sovente ogni proprio bene. Un’accoglienza in Patria che un’accesa minoranza rendeva fredda e quasi ostile. Difficoltà di ogni genere per trovare una sistemazione, un lavoro, per moltissimi ancora oggi vaghe chimere. Buone ultime la ventilata chiusura dei C R. P. e l’umiliante faccenda delle “impronte digitali”. C’è di che rendere scettico anche l’idealista più spinto. Invece no: il profugo rimane attaccatissimo a quest’Italia, della cui presenza ha per poco goduto nelle sue terre, pensa ancora a un probabile ritorno, gioisce nel sapere che Trieste sarà restituita alla Patria, solo perché è la città rimasta unico simbolo dell’italianità di tutta la Venezia Giulia. Oggi il profugo vive più di questi sentimenti che delle minestre dei C. R. P. e togliendoglieli si sentirebbe ancor più colpito da quella mala sorte che lo perseguita da una decina d’anni accanitamente. I grandi forse pensano che i giovani non si curino di queste cose, ma non è vero. Sotto le nostre belle fantasie di avventure in Paesi lontani e sconosciuti, sotto le prospettive di diventare “qualcuno” là, agli antipodi delle nostre terre, sotto l’allettante invito di una partenza verso l’ignoto, cova il rammarico di abbandonare la nostra bella Italia. Questo secondo distacco acuirebbe il dolore del primo, la nostalgia crescerebbe a ogni miglio percorso dalla nave, e la nostalgia è la peggior nemica dell’emigrante, perché gli mostra come una triste giornata di pioggia anche la più serena delle giornate. È difficile allora pensare all’emigrazione con questi sentimenti nel cuore, e vorremmo che l’Australia non esistesse nemmeno. Tuttavia, facciamo pure la domanda all’IRO; saremo sempre in tempo a rifiutare la partenza o di accettarla in caso che un deprecabile rifiuto del governo di Tito alla nostra domanda di opzione (che ci rendesse “cittadini jugoslavi all’estero”), come ultima ironia della sorte, abbattesse il nostro bagaglio di sentimentalismi e ci facesse diventare finalmente positivi come tanti “italiani” solo di nome”.

    Un dibattito per tanto ancora in corso. Anche sulle opzioni, come del resto su tutta la vicenda dell’esodo, era sceso il silenzio. Con quali conseguenze?

    Alla loro disgrazia di non potere restare dov’erano nati, la sorte ha voluto aggiungerne un’altra: quella di trovarsi in un Paese che non era in grado di dar lavoro a tutti i suoi figli. L’IRO ha concesso di considerare come Displaced Persons circa 80mila giuliani senza la possibilità di ritornare nei loro Paesi dove molti di loro e nostri compatrioti sono finiti nelle foibe, leggiamo nei resoconti del tempo.

    Una conclusione?

    L’IRO, che disponeva di una piccola flotta di navi, era una delle organizzazioni internazionali sulle quali si sperava di poter contare il giorno in cui i Paesi in grado di assorbire manodopera si fossero decisi a venire incontro ai bisogni dei pochi Paesi europei che di manodopera avevano sovrabbondanza. Si pensava che, di profughi, un giorno non ce ne sarebbero stati più. Invece, passavano i mesi e il flusso continuava, tale da dar lavoro in proprio a tutta la piccola flotta. L’IRO, organizzazione d’emergenza, rischiava di diventare un organismo permanente. Un segno di più della crudezza dei tempi nei quali siamo destinati a vivere.

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    Last modified on Domenica, 03 Marzo 2019 15:51