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    «Sigeardo de Civitate» ci indica la strada...

    By Rosanna Turcinovich Giuricin Settembre 01, 2018 82

    “Ciao, non ci sentiamo da tempo, come va con la presentazione degli Appunti di Stipe?”

    Dall’altro capo del telefono:
    “Bene, forse ce la facciamo a presentarlo a Zara come avrebbe voluto il caro Silvio Cattalini, ma c’è anche un novità…”
    Sono passati solo pochi mesi dall’ultimo incontro durante il quale ci aveva fatto capire che stava scrivendo alacremente. Morale della favola: esce dalle stampe in questi giorni il nuovissimo romanzo di Franco Fornasaro, autore di una decina di libri sull’Istria, tra storia, sociologia, geopolitica ed autobiografia, di romanzi importanti tra cui anche “Stipe” tradotto in croato. Ci ha sempre colpito la capacità di Fornasaro, farmacista di Cividale ma nato a Trieste, quartiere San Giacomo, figlio di istriani (Pirano e Portole) ed istriano convinto, di esprimere un’istrianità autentica, tomizziana, d’anima piena, aperta alla conoscenza ed all’indagine, per cui cauta nell’esprimere le proprie posizioni ma al fine portate avanti con tanta coerenza e forza, impossibili da smontare.
    La sua passione è proprio la ricerca, come nei romanzi precedenti, anche in questa nuova fatica affida ai suoi personaggi lunghe giornate consumate negli archivi ad alimentare la propria passione.
    Il romanzo: grazie alla creazione del giovane personaggio-ricercatore cividalese, Luca Sebastianutti, studioso del periodo medievale e fortunato a ritrovare nei ricchi archivi del Capitolo di Cividale documenti, ci permette di andare a ritroso nel tempo e tuffarci in un epoca lontana, ma in realtà ben presente e che ci testimonia il fatto che in questa parte del mondo si è assistito ad eventi fondamentali della storia europea.
    Il giovane Luca, assieme all’amico Luigi, si mettono a tradurre il manoscritto casualmente ritrovato, che inizia con la frase “Carolinum Imperatore cognovi” e che narra la vita e i ricordi di un cividalese del Trecento, certo Sigeardo de Civitate. E i due amici restano affascinati da quante cose quest’uomo abbia visto e quanti avvenimenti abbia vissuto, e quanto importanti siano i fatti che lo hanno visto protagonista, sebbene non come attore principale, ma in secondo piano, come fedele segretario e consigliere di un famoso aristocratico locale, tale Walter Pertoldo di Spilimbergo.
    E da qui si sviluppa il romanzo, con un continuo alternarsi di pagine dedicate alla vita di Luca e ad avvenimenti attuali di Cividale e del Friuli, pagine che si riferiscono alla vita di Sigeardo e ai suoi ricordi, in un affascinante intreccio di storia, immaginazione e realtà.
    Quasi una continuazione del suo “Sulle orme del cavaliere” di alcuni anni fa ed un dono, generoso e forte, alla città di Cividale, della quale l’autore è diventato uno dei cittadini più illustri, e anche a tutto il Friuli. Ma anche un omaggio ad un cultore di storia cividalese come Antonio Picotti.
    “Cividale del Friuli – commenta l’autore - è entrata nel mio immaginario mentale prima ancora di risiedervi, un centro così suggestivo e ricco di atmosfere fascinose non poteva non stimolare fantasie di vario tipo”.
    Un libro quindi ambientato nella città longobarda, l’antica Forum Julii, una tua passione…
    “È uno studio che dura da anni e che aveva portato a realizzare uno dei progetti di Cividale patrimonio dell’UNESCO. Allora mi ero concentrato sul ruolo di Paolo Diacono e Paolino d’Aquileia, il primo in particolare, longobardo alla corte di Aquisgrana ma anche testimone di un’accelerazione culturale europea d’esempio per il mondo d’oggi”.
    Ne emergeva una città di Cividale, cuore culturale del vecchio continente...
    “Direi un cuore pulsante, con un territorio da sempre alla ribalta di vicende ed eventi documentati, un luogo prezioso che del passato rivela tracce continue. Poi, gli scenari del romanzo spaziano su tutto il territorio circostante, cioè sul Friuli e in particolare la sua parte orientale, vale a dire un unicum, una perla preziosa, un mondo da sogno, che però è realmente concreto, partecipato e vivo”.
    Si discute molto oggi sul significato della storia che ritorna, i cui messaggi andrebbero colti ed elaborati per le necessità del presente. Cosa ne pensi?
    “Sono convinto che gli avvenimenti lontani possano essere visti come ideale collegamento ad alcune esigenze dell’Europa moderna, che oggi torna a cercare - anche con fatica e tra molte insidie nostalgiche di fantasmi nazionalistici - i valori di riferimento e le proprie comuni radici per cementare la costruzione della sua unità “.
    Ma chi è Sigeardo de Civitate, punto centrale del romanzo?
    “È proprio il personaggio che farà viaggiare il lettore avanti e indietro nel tempo, ma anche nello spazio, con un continuo andare e ritornare in un secolo, il 1300, che sicuramente per il territorio nel quale il romanzo è ambientato, è stato un momento di particolare importanza, pieno di avvenimenti significativi a livello locale ma soprattutto europeo. Un periodo poi in cui la situazione politica e militare della penisola italiana era indubbiamente complessa e articolata, in un continuo gioco al massacro che insanguinò la penisola per oltre un secolo e mezzo e che fu ben presente nella regione del Nord-Est dove, di lì a poco, oltre che a manifestarsi le dispute militari tra Venezia e gli Asburgo, nemici storici, ci avrebbero messo del pepe devastante pure i Turchi con le loro incursioni”.
    Personaggio reale, inventato?
    “Irrilevante direi: con il ritrovamento di un antico documento si porterà in superficie una serie di vicende di un secolo, il Trecento, ricchissimo di palcoscenici peninsulari, ma poco noto al vasto pubblico per i fatti accaduti in questo lembo di territorio, il più orientale d’Italia, dove, invece, si susseguirono, proprio in quel periodo, avvenimenti altrettanto degni di attenzione e di studio. In effetti è il Trecento che diventa l’elemento di seduzione generale e irresistibile. Fra i personaggi del romanzo Leonardo Cescon, esperto di armi medievali e figura di prestigio nelle diverse rievocazioni storiche che si svolgono a Cividale (quella del 6 di gennaio, conosciuta come la Messa dello Spadone e quella del Palio di San Donato): figura immaginaria e ideale, ma forse non tanto, che rappresenta certamente un omaggio alle tante persone che con dedizione e passione si impegnano moltissimo per la realizzazione di detti eventi che sono ormai conosciuti ed apprezzati a livello nazionale e internazionale”.
    Il colpo di scena riguarda il presente, che si aggancia ad una storia ispirata dalla realtà?
    “Esattamente: ho voluto creare il contesto famigliare del giovane protagonista, Luca, felicemente sposato con Fatima (una giovane di origini musulmane ex iugoslave e con un vissuto famigliare connesso ai tragici conflitti che hanno insanguinato la penisola balcanica sul finire del secolo scorso). È il passato che si collega al presente anche simbolicamente, con l’immagine di una famiglia aperta e cosmopolita, risaltando in questo modo il fatto che, oggi come allora, emerge la particolarità della composizione della popolazione di questo territorio, conosciuto come il crocevia delle tre grandi culture europee, quella latina, quella germanica e quella slava, e quindi dove da sempre interagiscono e si confrontano persone provenienti da un diverso contesto culturale. E questo soprattutto per significare come, in questa terra, l’incontro di popoli e la loro mescolanza si siano succedute sempre nei secoli, in un clima di serena convivenza e di rispetto delle diversità”.
    Concetti molto lontani dalla sensibilità massmediologica di oggi, come ricondurre al presente, come esempio, un personaggio del lontano passato?
    “Quando Luca e Luigi arrivano alla conclusione della lettura del manoscritto vi trovano le ultime parole di Sigeardo, che mettono in evidenza i pensieri che passano nella sua mente nel momento in cui si prepara all’ultima parte del viaggio terreno. Qui trovano spazio due aspetti che mi sembra opportuno mettere in rilievo: il suo rimpianto per il figlio che non ha potuto conoscere ed accompagnare nella crescita, e il suo equilibrio di uomo Sapiente, dato che afferma: ‘Credo di avere percepito la vanità delle cose umane, sto amando queste ultime parole bibliche (si riferisce al Cap. 3 del Primo Libro di Samuele) che hanno un valore liberatorio. Spero di avere capito fino in fondo l’etica da perseguire nei confronti degli altri e il senso della carità verso il prossimo. Spero di essere stato coerente nell’impegno civile e nell’indipendenza più ampia possibile dagli intrighi di corte e di avere raggiunto nel migliore modo che potevo, nella tranquillità di un rifugio appartato, l’attività intellettuale nascosta che avevo dentro me stesso”.
    Perché far partire questo messaggio dal 1300?
    “Per il fatto che anche nella regione friulana, il periodo considerato a livello nazionale fu effettivamente il secolo delle occasioni mancate per la valorizzazione definitiva di quell’entità statuale originale che era l’allora Patriarcato di Aquileia che comprendeva un territorio vasto, compreso quello istriano e parte di quello quarnerino. D’altro canto è risaputo che il territorio della Patria era oggetto di appetiti da parte delle altre potenze di allora, confinanti e non; erano pronti infatti a ‘sfogliare lo stato patriarcale’ sia Venezia, e i signori di Padova, i Da Carrara, sia il re Luigi d’Ungheria, sia l’imperatore del Sacro Romano Impero, sia gli emergenti Asburgo con il loro alleato il Conte di Gorizia. Ma soprattutto per la presenza di un personaggio come il Patriarca Marquardo von Randeck che promulgò le Costitutiones Patriae Forumiulii, detto Codex Marquardi, in cui venne consolidato l’obbligo per i principi del Sacro Romano Impero di riunire i maggiorenti delle loro province e di ottenere il loro assenso prima di imporre nuovi gravami, o di introdurre leggi ulteriori”.
    Un organo fondamentale della patria del Friuli che promosse inizialmente il potere impositivo e poi a seguire quello legislativo. In pratica una delle prime forme di Parlamento in Europa.

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    Last modified on Sabato, 01 Settembre 2018 08:02