Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso. Utilizziamo sia cookie tecnici sia cookie di parti terze per inviare messaggi promozionali sulla base dei comportamenti degli utenti. Può conoscere i dettagli consultando la nostra privacy policy qui. Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
    ad Top header

    Un mondo dissolto, consegnato ai posteri attraverso una struggente testimonianza

    By Rosanna Turcinovich Giuricin Agosto 26, 2018 215
    Margherita Hein (a destra nella foto) con l'amica Maria Faletra Margherita Hein (a destra nella foto) con l'amica Maria Faletra

    Sono nata a Sebenico nel 1921. Quando per la Dalmazia non ci fu più speranza di italianità, i miei genitori mi portarono a Zara. Abitavamo in Val de’ Ghisi, in un appartamento di proprietà del padre di Fany Jakovcev che aveva un negozio di alimentari in Calle Papuzzeri. Nel 1924, mio padre fu trasferito a Lussinpiccolo e lì passai i primi anni della mia infanzia fino al gennaio del 1927. La mia mamma sapeva che la sua fine era vicina per un male allora incurabile ed allora era già decisa la mia partenza per un collegio di Gorizia (mia madre era triestina). Quando la zia, Madre Carmela, venne a saperlo, persuase la sorella Madre Placida e la Madre Abbadessa, ch’era allora Madre Margherita Platnar (nativa di Lubiana è già insegnante nelle medie di Santa Maria), di chiedere un permesso speciale all’Arcivescovo Pietro Doimo Munzani perché entrassi nel monastero con loro. La comunità era favorevole e così pure l’Arcivescovo. Tutti forse speravano che un giorno avrei seguito la vocazione delle zie”.

    Sfogliamo il memoriale di Margherita Hein Marcadella. La storia è affascinante, ne schiude tante altre, invoglia alla ricerca. A renderci partecipi di questo ritrovamento è il figlio Flavio Marcadella, nato a Bassano del Grappa, il che ci fa intuire la lunga strada di Margherita che alfine non prese i voti ma sposò un veneto, mescolando al suo il proprio dialetto d’oltremare, quel dalmato fiorito e dolce imparato da bambina. Ragioniamo sul fatto che molti di questi scritti-testimonianza giacciono tra gli incartamenti di chi non c’è più ma ha lasciato un segno nella realtà dei figli e nipoti che anche attraverso queste letture scoprono tasselli della propria appartenenza. Flavio è certo un fortunato, perché la madre ha voluto raccogliere in un unico testo le proprie memorie, ricostruendo tasselli di vita familiare ma anche sociale e comunitaria che rappresentano una preziosa fonte di storia personale ma anche comune, universale.
    Il suo memoriale meriterebbe la pubblicazione integrale ma in attesa che un piccolo miracolo lo metta “nero su bianco”, abbiamo rintracciato Flavio per commentare insieme questo prezioso testo che racconta di una Zara lontana e vicina allo stesso tempo.
    L’antefatto: Margherita l’aveva inviato al direttore della rivista Zara, Rismondo detto Rime, la cui scomparsa non ha permesso di dare seguito a un’auspicata ricerca-pubblicazione, così come appare dal loro carteggio.

    Flavio, quando scopre questo percorso di vita di sua madre bambina?

    “A dire il vero me ne parlava spesso, sin da quando ero piccolo. Ogni anno si andava a Trieste dalla zia, Madre Carmela Abbadessa di San Cipriano e lì venivano fuori storie fantastiche che stuzzicavano la mia fantasia e che avevano come protagonisti membri della famiglia. Mi nutrivo delle loro storie, di cugini e parenti vari. Narravano di un mondo a me sconosciuto ma immaginato, con dovizia di particolari, a volte bellissimo a volte tragico come sa esserlo l’esistenza e l’epopea degli esuli. Svela una cornucopia di esempi. Ricordo di quando mi raccontarono del primo cugino di mamma, Giuseppe Aini (il cognome Hein era stato italianizzato durante il ventennio), trasvolatore atlantico: non s’era mai interessato di politica, ma la politica si era occupata di lui perché era un simbolo della grandezza del Paese”.

    Come si è svolta la prima lettura del memoriale che sua madre le ha lasciato in eredità?

    “Sono uscito di casa giovane per sposarmi. Ogni tanto andavo a trovarla e la sorprendevo china mentre stava scrivendo a Rismondo le sue memorie, ma non mi ero mai interessato ai suoi carteggi e non avevo chiesto di leggerne il contenuto. Poi, un giorno, lei era già molto avanti con gli anni, l’ho trovato per caso in un cassetto e me lo sono letto. Scritto a mano con quella sua bellissima calligrafia da maestra. Semplici fogli bianchi, una trentina di pagine che mio padre aveva fotocopiato pazientemente perché l’originale l’aveva spedito al giornale dei Dalmati. Ho ancora diversi numeri della rivista Zara che lei leggeva. Sfogliando quelle pagine, tutti i tasselli dei suoi racconti hanno trovato la loro giusta collocazione, andando a comporre una storia compiuta”.

    Che donna era sua madre?

    “Era molto determinata, serena, nonostante tutte le traversie, molto coraggiosa, ha dovuto affrontare già da piccola tante difficoltà. Ho letto anche recentemente in montagna il memoriale, con degli amici, che si sono stupiti di quanto fosse incredibile la sua vicenda; la mancanza della madre colmata dagli affetti delle zie paterne, in quel convento di clausura poi bombardato durante la Seconda guerra mondiale e il desiderio delle suore di ricostruirlo. Ha dell’incredibile. Nella descrizione è stata molto precisa: anche della decisione di puntare verso l’Italia dopo i tanti bombardamenti di Zara, in una rocambolesca attraversata, fino a raggiungere Grado. Tutte queste storie lei ce le aveva raccontate attraverso una narrazione che aveva per protagonisti dei gatti, a mitigare la durezza della realtà, adattandola alla capacità di comprendere di un ragazzino o forse anche dei suoi alunni a scuola. Era una donna affettuosa, non appiccicosa, schietta, diretta nei rimproveri o nelle affermazioni. E spesso concludeva con: “Se noi xe mati non li volemo”, quasi a significare che, chiarite le cose, si doveva andare avanti”.

    Che cosa sono diventati Lussinpiccolo e Zara nella sua vicenda personale?

    “Zara l’ho visitata e sono andato nel convento ricostruito quanto avevo vent’anni. Al mio arrivo le suore mi avevano fatto una festa incredibile. Ho potuto visitare la chiesa. Avevo filmato tutto per far vedere a mia madre il mio viaggio e i luoghi che ben conosceva, ma non riesco a trovarlo…Il convento lei lo descrive così:

    Alla Madre Margherita Platnar, ritiratasi a Madre Maestra delle Novizie, succedette come Abbadessa Madre Placida Hein. Il convento fu fondato agli inizi del secondo millennio dalla regina ungherese Vechienega q
    uando fu ripudiata dal marito, il re Colomanno. La sua sepoltura giace nella sala del Capitolo. Con lei, vennero a Zara le sue dame di compagnia. Più tardi il marito l’aiutò a costruire Chiesa e campanile (sulle colonne è scolpito in sillabe il suo nome in latino, colonne che si trovano nella cappella del primo piano del campanile, dove c’è anche un altare)… Il convento costruito a forma di quadrilatero aveva in centro il giardino un po’ rialzato, diviso in due parti e con aiuole coltivate da alcune Madri. L’area restante in mezzo al Quadrilatero era pavimentata in pietra. La parte Ovest del convento presentava un ballatoio affiancato all’edificio che, al pianterreno, presentava la sala del Capitolo, (dove avvenivano le vestizioni, le elezioni o si esponevano le defunte, aprendo una finestra con grata che riferiva in Chiesa), la sacrestia interna dove andavano a comunicarsi a un finestrino che corrispondeva alla sacrestia della Chiesa, uno stanzino dove andavano a confessarsi e che corrispondeva a un altro adiacente alla sacrestia della Chiesa. Le due Madri sacrestane erano Madre Benedetta Braun e Madre Scolastica Veceralo, che erano aiutate da tante altre per le pulizie, fiori, addobbi, ecc”.

    A Lussinpiccolo non ci sono mai stato. C’eravamo proposti di fare un viaggio dopo la dissoluzione della Jugoslavia ma, arrivati a Portorose, mia madre mi chiese di ripensarci; si era sentita una stretta al cuore e siamo dovuti rientrare. Non so che cosa le sia tornato in mente. Era una donna coraggiosa, ma qualcosa s’era spezzato”.

    A casa parlavate il dialetto?

    “Si parlava il dialetto veneto, al quale lei aveva adeguato il suo dalmato che spuntava ogni tanto”.

    Dopo Zara com’è stata la vita di Margherita? Come ha vissuto dopo l’arrivo a Grado con altri profughi zaratini?

    “Le hanno detto di rifugiarsi in Valsugana, a Valstagna e lì si è stabilita e ha cominciato a insegnare sull’altipiano di Asiago, da dove scendeva nel fine settimana per ricongiungersi a suo padre. Dopo essersi sposata si è stabilita vicino a Pove del Grappa e lì ha continuato a insegnare, fino al pensionamento. Era una maestra vecchio stampo, ma molto vicina agli alunni che hanno continuato per anni a mandarle gli auguri di Natale. Molto severa, ma corretta”.

    Che cosa la rende ricco del rapporto con sua madre? Quali tradizioni adriatiche si sono conservate nel vostro quotidiano?

    “Non era una gran cuoca. Nel Veneto, insegnando, viveva negli alberghi. Ci raccontava che andavano a mangiare con il nonno in una trattoria di Valstagna. Una sorella di papà era con noi e cucinava lei. Ma mi raccontava degli “ossi de morto”, specialità delle monache e se qualcuno stava male era messo a dieta con la “panada”. C’era un piatto però che le riusciva benissimo: “risi e bisi””.

    Quale rapporto mantiene con dalmati e lussignani inseriti nelle associazioni degli esuli?

    “Mi rapporto solo con i parenti. Avevo mandato anche dei contributi, ma non ho contatti. Sono andato a qualche Raduno con mia madre, che aveva trovato dei conoscenti, in particolare una compagna delle magistrali, Maria Faletra, il cui padre lavorava all’ufficio postale di Zara. Era stata ospite dai loro parenti in Sicilia. Oggi mi sento con la figlia, che ho ritrovato in Facebook. Le nostre madri si scrivevano di sovente, ai Raduni avevo avuto l’impressione di un’unità che poi è svanita e non c’è nulla per le seconde generazioni. Una volta morti gli ultimi vecchi, poco rimarrà”.

    Quale contributo si sente di dare?

    “Col tempo le generazioni si annacquano, subentrano altri legami. Sono cresciuto in Veneto, ibrido. E non parliamo di mio figlio che pur essendo molto attaccato alla nonna, non ha ricordi diretti. Rimangono le testimonianze. Ecco perché continuo a rileggere questa di mia madre e la faccio leggere ai miei amici: per creare un legame, per raccontarne l’importanza”.

    Rate this item
    (0 votes)
    Last modified on Domenica, 26 Agosto 2018 12:58