Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso. Utilizziamo sia cookie tecnici sia cookie di parti terze per inviare messaggi promozionali sulla base dei comportamenti degli utenti. Può conoscere i dettagli consultando la nostra privacy policy qui. Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
    Che la verità sia pudica e rivelarla dannoso, può sembrare ingiusto e raccapricciante. Ai bambini si insegna che dire bugie è sbagliato, ai ragazzi si racconta che la verità è…
    Come avevo ricordato la settimana scorsa, l’udienza davanti alla Commissione affari esteri del Sabor a momenti si era trasformata in un interrogatorio. I più attivi nell’interrogarmi quale futuro Ambasciatore in…
    Ma lo si vuole capire una volta per tutte, dentro e fuori il nostro piccolo mondo minoritario, che l’Unione Italiana è il fondatore e il proprietario dell’EDIT, con tutti gli…
    Il trionfo di due anni fa, un binomio campionato-coppa, rappresentò un’annata storica. Con tutto il dovuto rispetto per i quattro trofei (campionato, due coppe Croazia e una Supercoppa) in cinque…
    Che le iniziative referendarie lesive dei diritti dell’uomo e delle minoranze debbano naufragare è pressoché scontato. Sarebbe uno scandalo di dimensioni epocali per la Croazia se così non fosse. Ma…
    L’Unione europea, quando si parla d’immigrazione, si trova di fronte a un grande dilemma. La politica immigratoria, nelle circostanze in cui ci troviamo oggi, avrà in futuro un volto e…

    Con la Germania, un’opera etnografica scritta nel 98 d.C., Tacito riportò per primo come i capi barbari fossero soliti circondarsi di fedelissimi, per godere della loro protezione militare ed assicurare stabilità alle proprie tribù. Questo modello, non dissimile da quello dei clienti che gravitavano attorno all’amministratore delle province di età classica, maturò nei regni romano-barbarici per evolversi in età merovingia. Il re si attorniava di un gruppo di guerrieri scelti (i trustis), che prestavano servizio militare in sua difesa in cambio di privilegi, terre e titoli. Nel caso qualcuno avesse osato recare loro offesa, il tribunale regio decretava che li si risarcisse con un indennizzo doppio o triplo rispetto al normale (il guidrigildo). Si andò avanti così fino al IX-X secolo. Le cose si acuirono con l’arrivo di Normanni, Saraceni e Ungari, popolazioni che, premendo da est e sud, intensificarono le loro incursioni sul continente europeo, causando una generale destabilizzazione non solo economica (porti insicuri, strade commerciali interrotte) ma anche politica dell’intero territorio. La destrutturazione progressiva dell’impero carolingio, l’assenza di un potere centrale quale garante di ordine e sicurezza a salvaguardia dei cittadini, contribuirono a generare un senso di insicurezza generale. Dunque si ripartì “dal basso”, e in assenza di un potere monarchico comune si avviò quello che, alla storia, è passato come il “fenomeno di incastellamento”: la costruzione di castelli fortificati, borghi e fortezze. Ogni piccolo signore divenne a suo modo re e prese a solidarizzare o a rivaleggiare con i borghi vicini. Molti saranno sorpresi del fatto che, questo tipo di ristrutturazione sociale, perdurò ben oltre il Medioevo: ad abolirla fu Napoleone solo nel 1806. Sradicarla dopo 2000 anni di prassi ben avviata, a questo punto, è un’impresa. A pensarci bene, il concetto di democrazia sarà sì nato all’ombra del Partenone, ma se già Platone (La Repubblica, Politico) e Aristotele (Politica) lo criticarono, non c’è da sorprendersi se, nel 2018, a soli 200 anni dall’abolizione ufficiale del feudalesimo, la democrazia non sia ancora giunta alla sua piena maturità. Cioè: l’involucro c’è, dunque pare che ci sia anche il resto, ma a mancare è ancora una parte notevole di sostanza. Durante il feudalesimo la società era divisa in plebe, clero e nobili. Oggi, a fronte di un problema di proporzioni globali (l’immigrazione), le cui sollecitazioni pressanti costringono i governi “democratici” a revisionare non tanto le proprie strutture, quanto l’immagine ideale che di queste negli ultimi 2 secoli è stata passata all’opinione pubblica, si torna a (ri)scoprire un sinistro nesso col passato “recente”: la società pare sia ancora divisa in plebe (il Parlamento e il Presidente della Repubblica, rappresentante il primo dei cittadini e loro garante il secondo), clero (una Chiesa che non ha pudore a schierarsi apertamente contro il governo) e nobili (certa magistratura con la sua rete di protetti e fedeli). A tradire la facciata sono le stesse parole del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, secondo cui “solo attraverso un giudice ordinario o amministrativo il Decreto Sicurezza potrà eventualmente essere dichiarato incostituzionale”.
    L’avverbio è di rito, poiché a questa mirabile integrità etica, sorretta da un umanitarismo a dir poco fervente, segue una velata minaccia: “Abbiamo già pronta un’azione per sterilizzare in ogni modo gli effetti nefasti di questo decreto”, così Dario Nardella, sindaco di Firenze. A poco vale la reprimenda dei presidenti emeriti della Corte Costituzionale (Cesare Mirabelli e Giovanni Maria Flick), che richiamano all’osservanza del sistema democratico: la lega dei nobili, i trustis d’oggi, quei sindaci disubbidienti capitanati dal presidente dell’associazione dei comuni (Anci), Antonio Decaro, persiste nel suo intento di scavalcare quanto voluto dal governo, democraticamente votato in Parlamento e controfirmato dal Presidente della Repubblica.
    La plebe non conta. Ma il dato più allarmante è che i trustis d’oggi riconoscono il potere sovrano non negli organi statali di rappresentanza e tutela dei cittadini, bensì nella magistratura, un’istanza elitaria che si vuole neutra, ma i cui membri, tanto per puntualizzare, non sono nemmeno eletti dalla cittadinanza. Fa poi riflettere che la chiamata alle armi provenga proprio da due sindaci (De Magistris, Napoli e Orlando, Palermo) a capo di città dove alcuni scafisti hanno messo radici, gestendo con la complicità delle mafie locali attività di copertura per il loro traffico di vite umane (il prezzo di trasporto è di 3000 euro per immigrato). Forse tutto questo ritrovato idealismo, magari, è sorretto da altre ragioni, più che quelle prettamente etiche. E forse la sinistra italiana, carente di leader e progetti, tenta di rilanciare un nuovo programma di “incastellamento” attraverso il quale ridefinire per sé un nuovo potere, visto che ormai è assoldato che la corona è persa. Bando a chi li offende, allora, questi illustri sangueblu. Chissà a quanto ammonterà stavolta il guidrigildo.

    L’emittente tivù RTL ha messo le mani (e i soldi) e tutti i diritti sul campionato mondiale di pallamano che in Germania e Danimarca sta destando un interesse enorme, ma…

    Duemila anni fa, degli alti dignitari provenienti dall’oriente, con ogni probabilità dalla Persia, si inginocchiarono a Betlemme ai piedi di un neonato offrendogli mirra, incenso e oro. Tributi regali per la nascita del figlio di Dio, della cui imminente venuta avevano appreso studiando i testi sacri e il moto delle stelle. Poco si sa di loro: nel Vangelo secondo Matteo, unico testo canonico di riferimento cristiano, non ne viene riportato il numero. La tradizione ha però voluto che fossero in 3, come i loro doni. Il termine greco magos (pl. magoi), derivando dal persiano antico magush, indicava i sacerdoti dello Zoroastrismo persiano, una religione basata sugli insegnamenti del profeta Zarathustra, molto diffusa in Asia centrale tra il VI sec. a.C. e il X d.C. La regalità dei Magi, pur non essendo attestata in alcuna fonte cristiana né tanto meno dai Padri della Chiesa, nella tradizione liturgica è stata tuttavia assunta in concomitanza della festività dell’Epifania, collegata a sua volta, di rito, al Salmo LXXI (LXXII), 10-11 in cui è scritto che “Il re di Tarsis e delle isole porteranno offerte, i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi. A lui tutti i re si prostreranno, lo serviranno tutte le nazioni”.
    Duemila anni dopo, l’adorazione del Salvatore non solo presenta connotati liturgici di tutt’altro tenore, ma è stata persino deformata nel suo significato teologico al punto da sfiorare l’eresia. Così, i sacerdoti dell’Europa progressista che invoca la comunione, la condivisione e l’accoglienza, si rifiutano di allestire il presepe (don Luca Favarin, Padova), lo sistemano nel cassonetto dell’immondizia (don Armando Zappolini, Perignano, Pisa) oppure sfruttano la sacralità dell’occasione per ricusare le scelte del governo in fatto di politiche migratorie (cardinale Giuseppe Bettori, Firenze). Una parte di cittadinanza, resta da chiarire quale, al contrario di quegli umili, ma umani pastori che a Gesù offrirono agnelli, latte e pane, preferisce persino rubargli la culla per sostituirla con un tappetino islamico, bruciarne la già fatua mangiatoia o imbrattare le statuine di vernice (Udine), e infine negargli la terra ferma per buttarlo simbolicamente a mare, in una scenografia controversa che vuole alludere ai recenti sbarchi negati agli immigrati (Casa della Carità, Milano). Eppure non è questa la ragione maggiore dello scandalo, ma le motivazioni che accompagnano questi allestimenti. Don Zappolini sostiene, per esempio, che la necessità di relegare l’Epifania ai rifiuti sia addirittura un dovere, visto che, a suo dire, Gesù si troverebbe “tra quegli scarti di umanità che da duemila anni sono la sua gente”. Se avesse studiato il Vangelo con la dovuta cura, avrebbe notato che Gesù, tanto per fornire un controesempio, non decise di vivere in un postribolo in promiscuità con la Maddalena, nota come prostituta, giusto per “stare tra la sua gente”. Salvandola dalla lapidazione, le disse “va, e non peccare più.” Al che fu lei, da quel momento in poi, a seguirlo, vale a dire a “uscire dalla spazzatura” e senza ripensamenti. La trasformazione (che i Cristiani chiamano conversione) della Maddalena fu radicale. Il Gesù dei Vangeli esorta l’umanità a redimersi per ritrovare dignità nella vita. Fa leva innanzitutto sulla volontà e sulla coscienza di ciascun singolo, per cambiare e progredire in meglio. Non esorta mai l’individuo a “restare tra gli scarti” per perseverare nel male (delinquere, stuprare, spacciar droga) o crogiolarsi nell’autocommiserazione (accattonaggio), né vuol dare adito a certi presunti redentori di compiacere alle proprie coscienze, quando, soccorrendo chi ha bisogno, finiscono col credersi tanto più necessari e santi, quanto maggiore è il male che ritengono di dover sanare. È anzi un riprovevole paradosso che questi ultimi traggano giustificazione alla propria vocazione proprio dal degrado, piuttosto che dall’impegno di eliminarlo: più questo è grave, più si sentono chiamati al dovere morale di sanarlo, non fosse che il circolo è vizioso perché, una volta sanato, si svilisce anche il senso ultimo della loro vocazione. Dunque alimentare ed estremizzare il degrado fino a dare in scandalo, diventa per loro di importanza vitale, dal momento che permette loro di erigere sé stessi al titolo di un nuovo modello di salvator mundi. Defenestrando inconsciamente il bambino Gesù, per prenderne il posto, attendono di essere premiati col consenso generale di una massa sempre meno incline all’autocritica, e sempre meno capace di approfondire dati, fatti e fonti oltre al nozionismo di cui si alimentano tramite i media, o di cui li alimenta chi invece per primo dovrebbe loro aprire gli occhi. L’offesa di don Zappolini è pertanto duplice: sia ai Cristiani osservanti, che non approvano la libertà con cui ha stravolto il messaggio evangelico, sia a chi è in cerca di un aiuto concreto, perché a nessuno farebbe gola la prospettiva di essere accolto in un cassonetto. Eppure è questo il messaggio di fondo, a chi cristiano non è: che qualcuno abbia donato un tappetino islamico a Gesù, per dargli un po’ di comfort, a questo punto non è un’offesa, ma un gesto di pietà. I Magi del 2018, questi dignitari che dalle pergamene sono passati ai cellulari, e dalle profezie delle Sacre Scritture ai messaggi irriverenti su Facebook, non troveranno il Messia. Nella sua infinita umiltà, Dio perdona anche chi lo sfregia dopo 2000 anni dalla nascita. Ma Google maps ha imparato a tracciare i percorsi dei suoi utenti. Tra un anno, faremo il bilancio per vedere dove questi Magi sono arrivati con la loro cometa. O era la torcia dello smartphone? Con quella, in effetti, nel bidone si vede meglio.