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    Il 15 novembre scorso l’assemblea generale della CEI avrebbe approvato una modifica del Messale Romano, la terza in corso, optando per un intervento sull’interpretazione di un passo del “Padre nostro” e uno del “Gloria”, due preghiere fondamentali del Cristianesimo. La prima ancor più della seconda visto che, stando ai Vangeli, venne pronunciata da Gesù Cristo durante il celebre “discorso della montagna”. Dalla versione originaria del Vangelo secondo Matteo 6,13, “non ci indurre in tentazione”, si passerebbe a quella più morbida e “politicamente corretta” del “non abbandonarci alla tentazione”. Nel Gloria, invece, l’originario “pace in terra agli uomini di buona volontà” diverrebbe “pace in terra agli uomini amati dal Signore”.
    Nel primo caso, il termine greco imputato (eisenekes), nel IV sec. fu reso correttamente da San Girolamo nella Vulgata (la traduzione delle Sacre Scritture dall’originale greco/ebraico in latino). L’omonimo “in-ducere”, cioè “indurre” in italiano, proprio per il senso di movimento che già trasmetteva il termine greco (portare verso la tentazione) rendeva non solo giustizia all’originale; c’è da dire che il lemma greco rafforzava ancor più quest’idea di movimento, con una ridondanza semantica accentuata oltretutto dalla preposizione che lo precedeva.
    Dunque la modifica, oggi, non può che recare oltraggio all’originale. A questo va sommata la grave implicazione teologica con la quale si mina la stessa autorità divina, intaccando per riflesso il monoteismo cristiano. Dio viene declassato al rango di una forza uguale e contraria, Satana, di cui non è più il Maestro, il Dominatore, divenendone ora l’antagonista, come in un videogame dove la lotta si riduce alla dicotomia tra il bene e il male. Nella dottrina cristiana, però, non è così. È naturale chiedersi come possa un Dio che ha a cuore le sorti degli uomini, volere il loro male “inducendoli” in tentazione. L’uomo però dimentica che, sempre secondo la Genesi, è stato Dio, proprio per l’amore nei confronti della sua creatura prediletta, a lasciarla libera di decidere cosa fare della propria sorte. La mela (dal latino “malum”, il male) era proibita, ma non c’era una porta blindata o una rete ad alta tensione a proteggerla. Il divieto era puramente d’ordine etico. Fatta la propria scelta, è ovvio che se ne debbano sopportare le conseguenze, da cui Dio, per altro, tecnicamente è esente da colpe. L’uomo sceglie, l’uomo sbaglia. L’uomo decide, l’uomo condanna (altri suoi simili, la natura, sé stesso). Prima di redimerlo, nell’ottica cristiana, da queste sue catastrofiche licenze, Dio lo mette alla prova. Lo induce in tentazione per provarne la fede. Gli esempi abbondano. Basti pensare alla prova chiesta ad Abramo (immolare il proprio unico figlio, Genesi 22), a Mosè (che Dio tenta di “far morire”, Esodo 4,24), a S. Paolo (un inviato di Satana lo ferisce e oltraggia, 2 Cor 12,7), a Giobbe (Dio permette a Satana di distruggerne i beni e l’intera famiglia, Gb 1,12) e persino a Gesù Cristo (tentato nel deserto, Mt 4,1). Chi sono, oggi, questi uomini che, per commentare la massima del titolo, di Alessandro Morandotti, vogliono intaccare l’autorità di un’istanza superiore imponendo all’umanità e al mondo intero la propria, per giunta di stampo relativista? Il Dio ebraico-cristiano, soprattutto quello iracondo e vendicativo del Vecchio Testamento, non ama tutti gli uomini a prescindere, ma i giusti, i probi, insegna la Bibbia. Agli altri riserva la disfatta. Quelli di “buona volontà”, che siano credenti come la Maddalena, o no, come San Paolo sulla via di Damasco, li ama per le loro qualità intrinseche. Le provoca, per poi premiarli in base a ciò che dimostrano di poter diventare, maturando come individui nel rispetto del prossimo e del mondo circostante.
    Il Dio cristiano non gioca ai videogame: legge l’anima dell’uomo e la plasma. Non è che, quest’affievolimento esegetico di una Chiesa sempre più vincolata ai beni terreni, di cui pare tema la perdita (poco ci vuole, in effetti, a devastare la Cappella Sistina o la Biblioteca vaticana con un attentato terroristico), debba interpretarsi come sintomatico di una previdenza o di una strategia tutelativa di tutt’altra natura? Tipo evitare che si consolidi il connubio, per altro già in atto, tra le varie destre sovraniste europee in ascesa verso i seggi di Bruxelles, dopo le relative conquiste nazionali, e una ritrovata identità religiosa, sbandierata a tutela delle proprie radici e dei propri valori cristiani? Su questo insiste non solo Orban: gli si affiancano per tradizione la Polonia, Salvini quando col rosario in piazza giura sul Vangelo, e anche Marine Le Pen, che con l’associazione “Manif pour tous” ha riportato la religione in lizza al dibattito politico. Fino a che punto l’uomo svenderà anche la propria religione, per mantenere o aumentare il proprio potere nell’Europa dopo il prossimo 26 maggio 2019?

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