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    Il calamo

    Il calamo (9)

    Il British Museum di Londra possiede ca. 330.000 reperti archeologici provenienti dalla Mesopotamia: si tratta della più grande collezione d’opere babilonesi, assire e sumere al di fuori dell’Iraq. Tra i bassorilievi in pietra dell’VIII secolo a.C., rinvenuti nella città assira di Ninive e sistemati sulle pareti nei pressi dell’entrata, spicca per il suo valore artistico ed espressivo la Caccia reale al leone. Osservando la sequenza è inevitabile che si venga sopraffatti dalla plastica bellezza della Leonessa morente. La fiera, trafitta dalle frecce scoccate dal carro reale, è in agonia. Con un sussulto, mentre si trascina con gli arti posteriori ormai inermi, la leonessa si erge verso l’alto e, vinta, col capo proteso, emette il suo ultimo ruggito di rivolta contro al nemico – l’uomo. La dinamica non è molto cambiata, a 28 secoli di distanza, con la differenza che a infierire, in un giorno particolare, non è più l’uomo ma la leonessa. Tempi che cambiano. L’8 marzo si celebra in Italia dal 1922, ma sono stati gli Stati Uniti ad indire nel 1909 la Giornata internazionale della donna. In realtà la prima festa fu celebrata il 23 febbraio 1909 dal Partito socialista americano per manifestare a favore del diritto di voto femminile. Non è una festività mondiale. Secondo quanto pubblicato dall’operatore turistico inglese Cuba Holidays (1° operatore indipendente per viaggi a Cuba), la prima ad approvare il suffragio femminile sarebbe stata la Nuova Zelanda nel lontano 1893, seguita dall’Australia nel 1902, da Danimarca e Islanda nel 1910, Germania, Austria, Inghilterra, Irlanda e Polonia nel 1918, poi USA e Cecoslovacchia nel 1920, Svezia nel 1921, e infine Italia ed ex-Jugoslavia solo nel 1945, precedute dalla Francia nel 1944. Ultima in lista l’Arabia Saudita nel 2011. I processi di sviluppo e civilizzazione dovrebbero essere lineari, cioè progressivi nel tempo, ma purtroppo ogni tanto qualcosa va storto e non sempre è così. Esistono anche i moti retrogradi, nella storia dell’umanità: ricadute catastrofiche che paiono non fare tesoro del passato, ma pare siano dei processi inevitabili. Quest’anno, in Italia, l’8 marzo si sono registrati atti vandalici e turpiloqui senza precedenti. Cortei di “gentili signore” agguerrite sono scese in piazza lungo tutto lo Stivale. A Milano è stata presa di mira la statua di Indro Montanelli (imbrattato di vernice rossa con l’accusa di essere stato fascista, revisionista, colonialista e conservatore). A Roma è stata la volta delle saracinesche dell’associazione Pro Vita Onlus, firmate con graffiti inneggianti alla libertà di abortire. L’apice della blasfemia si è raggiunto quando le femministe hanno esibito striscioni con scritto “Il corpo è mio, e non di quel porco di Dio”. A Palermo hanno dato fuoco alle bandiere della Lega, al che il consigliere del Carroccio Tony Rizzotto, già al centro di polemiche per un volantino secondo cui la donna dovrebbe attenersi alla triade casa-chiesa-famiglia, ha parlato di “tempi bui”. A Perugia le bombolette spray hanno aggredito la memoria di Sergio Ramelli, reo di essere stato assassinato a soli 19 anni dagli antifascisti: le attiviste hanno firmato la rotatoria a lui dedicata con lo slogan “Tremate, le streghe son tornate”. Del Medioevo, in effetti, è naturale ricordarsi meglio, rispetto alla vecchia porta del tempio di Nimrud, innalzato dagli Assiri alla dea Ishtar. Poi si legge di due genitori che in provincia di Napoli, a Carnevale, non solo conciano la figlia minorenne con autoreggenti a rete, tacchi a spillo, bustino di pizzo nero e boa di piume rosso, ma la postano pure su Instagram. Parrebbe un segno di degrado, il fatto che 3.000 anni fa si avesse premura di festeggiare una donna come dea, ponendo a difesa dell’entrata nel suo tempio due colossali leoni alati, mentre oggi, in una società che tutti ritengono evoluta e civile, si preferisca esporla a inopportune attenzioni, morbose in quanto inadeguate alla sua tenera età, trasformandola da bambina in prostituta. Quest’ondata di insensatezze autolesive o violente, comunque sovversive ma prive di un bersaglio convincente che ne possa giustificare l’irruente militanza, a fronte della gravità delle situazioni in cui tutti versiamo (gli inarrestabili flussi migratori, la precarietà professionale, la fragilità finanziaria transnazionale) e a cui non c’è alternativa possibile, in positivo, se non ricercare forme probe di riordino etico e sociale, non è passata inosservata ai Servizi di Sicurezza. Nella relazione annuale rilevano infatti, con preoccupazione, la tendenza non solo alla crescita di moti anarchico-insurrezionalisti, ma ne temono una radicalizzazione. Soprattutto in vista delle prossime elezioni europee. Gli antagonisti sono collegati a livello internazionale, agiscono coordinandosi in tempo reale grazie ai media, esprimono solidarietà rivoluzionaria agli attivisti “prigionieri” e sfruttano i fronti tradizionali di attivazione libertaria dichiarandosi “antifascisti”, “antirazzisti”, “antimilitaristi”. Tempi moderni? Niente di nuovo, per Ishtar, sulla cui porta nell’875 a.C. già gli Assiri incisero un saggio motto “Io Ishtar, la dea, sono prostituta, madre, sposa e divinità. Sono ciò che si chiama Vita, benché voi la chiamiate Morte. Sono ciò che si chiama Legge, benché voi la chiamiate Emarginazione. Io sono ciò che voi cercate e quello che avete ottenuto. Sono ciò che avete diffuso, e ora raccogliete i miei pezzi.”

    È singolare come la storia, a volte, fissi certi appuntamenti agli uomini con un preciso disegno, che tutto è tranne che casuale. Il Giorno della Memoria (celebrato il 27 gennaio di ogni anno, a commemorazione delle vittime dell’Olocausto) e il Giorno del Ricordo (celebrato il 10 febbraio dal 2004 come solennità civile italiana, a ricordo degli esuli istriani, fiumani, dalmati e delle vittime delle foibe) cadono a breve distanza l’uno dall’altro. Altrettanto singolare è la loro prossimità a un’altra storica celebrazione di matrice cristiana, il Mercoledì delle ceneri, col quale nella liturgia cristiana si avvia un periodo penitenziale, in preparazione della Santa Pasqua. I Cristiani sono chiamati a digiunare e all’astinenza delle carni, una disposizione ecclesiastica da cui sono derivati sia la locuzione di Carnevale (dal latino carnem levare, eliminare la carne) sia quella di Martedì grasso (ultimo giorno di festa in cui è ancora permesso mangiare “grasso”). Il rito prevede lo spargimento, sul capo del penitente, delle ceneri ricavate dai ramoscelli di ulivo, benedetti il giorno di Pasqua dell’anno precedente. Il celebrante pronuncia una formula rituale di monito, che allude alla fugacità della vita. Un memento mori tratto dalla Genesi 3,19 (ricordati che sei polvere e in polvere tornerai), ma che dopo il Concilio Vaticano II è stato sostituito con le parole di Gesù, riportate da Marco 1,15 (convertitevi e credete al Vangelo). A monte di questi riti c’è però una ricorrenza più antica. Il primo mese dell’anno, gennaio, prende infatti il nome da una divinità italica arcaica (il dio romano Giano o Ianus) raffigurata con due facce. Simbolo di passaggio e trasformazione, il dio prendeva commiato dal passato ma guardava al futuro. Per l’analogia che presenta con l’omonimo dio sumero Ušmu (Ismud), non è da escludere che il suo antico culto rimandi alle tradizioni babilonesi legate alla ciclicità della vita. Le celebrazioni del trapasso legate però alla speranza della rinascita, nei primi mesi dell’anno, hanno dunque antichissime radici. Il seme muore nella morsa del gelo ma conserva la memoria della propria identità, per sbocciare in una nuova vita a primavera. La morte ammonisce, additando la coscienza, ma la vita rinasce, affinché con le sue creature si rinnovi e tramandi il ricordo del passato. Tutto questo è un ciclo naturale. Il problema sorge quando alla morte si nega il diritto di ritrasformarsi in vita, mentre il degrado etico subentra quando l’inibizione viene imposta dal profitto. Pochi mesi fa è occorso il primo decennio dalla fondazione della filiale romana di una ditta svizzera, la Algordanza Memorial Diamonds, con sede a Chur, in Svizzera. Una ditta pienamente in regola, con tanto di consiglio di amministrazione, team e soci fondatori, ritratti sulle pagine del sito anche sorridenti, se non fosse per la tetra scelta di vestire tutti dei completi neri, unica eccezione i due tecnici di laboratorio, in camice bianco. I soci fondatori offrono un servizio di “diamantificazione delle ceneri” al modico prezzo dai 3.500,- ai 12.000,- €, secondo il corpo del defunto. Più pesa, più cenere si otterrà dalla cremazione, e più cenere c’è, più carati avrà il diamante sintetizzato dalle spoglie. Un diamante bluastro, con fumature cinerine, dovuto alla presenza di boro nel corpo umano. 80 Kg di salma producono 3 Kg di ceneri, da cui si estraggono 2 gr di carbonio, equivalenti a un diamante da un carato. Macchinari da 15 t l’uno trattano la grafite a 1.200-1.400 °C a 60.000 Bar, simulando la pressione tellurica per 3 fino a un massimo di 6 mesi, dopodiché il gioiello è pronto. Gli italiani portano in negozio l’urna, svizzeri e tedeschi inviano il defunto per posta. Viene persino offerto un servizio di accoglimento delle ceneri per chi ne avesse in esubero, con la possibilità di cospargerle nel cimitero Friedwald Pax Montana, nel comune di Poschiavo, con vista panoramica sulle Alpi svizzere. Della clientela (quella viva) fanno parte soprattutto donne: che esibiscono il solitario del fidanzamento allietato dall’aggiunta dell’ex coniuge “in persona”, o che declamano quanto il loro tesoro (letteralmente), ora goda di luce eterna. E mentre il dolore si trasforma in vanità, il fondatore svizzero, Rinaldo Willy, sostiene quanto sia vicino a chi soffre. Tanto da recarsi fin sino in Thailandia per offrire la propria consolazione alle vittime dello tsunami, e poi in Francia sul luogo del disastro aereo di Germanwings. Perché gli affari, sono affari. Ma mentre don Angelo Lameri, ordinario di Liturgia sacramentaria alla PUL e professore invitato alla Pontificia Univ. della S. Croce, lamenta l’oggettificazione dell’essere umano, e il senatore Carlo Giovanardi inoltra una proposta di DL contro il vilipendio di cadavere, si apprende che il settore non solo è inarrestabile, ma pure in crescita: oltre al diamante, è possibile convertire il defunto anche in un vaso biodegradabile, in cui far crescere piantine in casa, oppure in un disco di vinile con tanto di musica a scelta. E ci si domanda che fine facciano, a questo punto, il ricordo e la Memoria. Forse Giano è tornato a voltare entrambi i volti al futuro, scordandosi della dignità che merita il passato. Ma forse è anche lui, come tanti in questo periodo dell’anno, niente più che una maschera di Carnevale.

    Che la verità sia pudica e rivelarla dannoso, può sembrare ingiusto e raccapricciante. Ai bambini si insegna che dire bugie è sbagliato, ai ragazzi si racconta che la verità è un bene etico civile e agli adulti si fa credere che sia il parametro con cui garantire alla società giustizia. Ma se è così, perché allora dà fastidio? Perché la si manipola, distorce, nasconde? Perché si minaccia di eliminare (anche fisicamente) chi osa svelarla? La verità è strana: è una pluralità di frammenti che ritrovano il proprio nesso soltanto quando a riunirli provvede la coerenza, vale a dire un insieme di rapporti di causa-effetto sottesi da una logica di fondo. È un gruzzolo di tessere faticoso da ricomporre, ma quando ci si riesce, il mosaico parla. Illustra un contenuto e trasmette un messaggio. Ecco, il punto non sono le tessere (le verità parziali), ma il quadro d’insieme di cui queste fanno parte. Per coglierlo, bisogna allargare la prospettiva. Vederci chiaro è quanto tutti vorremmo, a prescindere. Purtroppo, però, alcuni mosaici sono delle vere e proprie mappe del tesoro, di cui è preclusa la visione ai più, a meno che non si faccia parte di un equipaggio di pirati, di milizie specializzate o non si voglia diventare un eroe. Un frammento non è il tutto. Chi lo crede tale, non si accorge che abbiamo a che fare con un mosaico incompleto.
    In questi giorni tutti parlano della Sea-Watch, una nave ONG che con bandiera olandese ed equipaggio tedesco ha raccolto 47 migranti nel mezzo del Mediterraneo, prelevandoli dai barconi degli scafisti. Tutte vere le poche tessere che ci ritroviamo in mano: gente in fuga da Paesi a economia instabile, necessità di prestare loro aiuto umanitario a bordo e a terra, desiderio di affermazione della carità cristiana sorretta dal principio dell’accoglienza. Ma è davvero tutto qui? Qualche curioso, in cerca di altre tessere sparse nella polvere, c’è. E si scopre che il comandante non sbarca i passeggeri in Tunisia, a sole 2 miglia di distanza, ma si avventura nel mare in tempesta per raggiungere la Sicilia, che sta a 40 miglia. Eppure nessuno lo chiama a giudizio per l’avventatezza con cui ha messo a repentaglio passeggeri ed equipaggio. Il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo, e il suo portavoce, don Ivan Maffesi, si appellano al Vangelo e all’umanità: chiedono lo sbarco immediato degli immigrati (tutti maschi) e si dicono disponibili ad accogliere i minori – sedicenti 17enni privi di documenti in grado di attestarlo. Gli operatori sociali, da terra, ammoniscono che già in passato molti presunti minorenni poi si sono rivelati adulti, e che da allora 5.000 “minori” si sarebbero dileguati sul territorio senza lasciare traccia. Viene da chiedersi, con l’inverno al picco, cosa sia rimasto dell’umanità e del Vangelo nei paesi dell’Abruzzo, sulle cui piazze in rovina, dopo l’ultimo terremoto, i sindaci protestano minacciando di deporre le proprie fasce in piazza a Roma: nessuno si cura più dei loro cittadini, che (quelli sì), stanno al freddo e senza una possibilità di ripresa economica (gli esercizi sono ancora in passivo), non vengono monitorati dalle vedette né visitati da solerti parlamentari, mossi all’improvviso da nobili obblighi etici di stampo pseudocristiano. Malta e Spagna rinfacciano all’Italia gravi omissioni di soccorso, laddove per prime l’hanno rifiutato alle ONG, mentre Germania e Francia, contrarie all’accoglienza di altri immigrati e ree loro stesse di numerosi respingimenti verso l’Italia, si affrettano a stipulare accordi antipopulisti, temendo il ribaltone alle prossime elezioni europee. Alle recenti affermazioni di Di Maio, circa le ingerenze del governo di Parigi in alcuni Paesi africani, ex-colonie francesi, dove l’economia locale viene a tutt’oggi controllata a distanza a scapito di uno sviluppo autonomo del territorio, il commissario degli Affari economici dell’UE, Pierre Moscovici, ricusa come inappropriati i toni del ministro. Parlare di “sfruttamento” o “colonialismo” in atto, sarebbero delle illazioni offensive e infondate. Tuttavia, bisogna dire che se il mandato di Moscovici è agli sgoccioli, Macron l’ha già proposto come candidato in pectore per la presidenza della Corte dei Conti nazionale, e che l’isola di Mayotte, ancora a giurisdizione francese, sita nell’Oceano Indiano tra il nord del Madagascar e il Mozambico, si è ben guardata dal seguire le altre isole dell’arcipelago, di cui per altro fa parte (le Comore), nella strada verso l’indipendenza. Mayotte ha importanza strategica per gli interessi francesi verso l’Africa: ma è anche la prima tappa d’approdo dei migranti africani, in cerca di documenti che ne legalizzino l’entrata in Europa. Nel 2017, nei suoi Centri di detenzione amministrativa, erano registrati solo 2.493 bambini, senza contare le famiglie al seguito. E mentre in Europa ci tiriamo addosso le tessere dell’altruismo e giochiamo a guardie e ladri, la Cina in Africa ha portato a termine 1.046 progetti, 2.233 km di ferrovie e 3.350 di strade. Secondo i dati Fmi, la Cina scambia merci con l’Africa per un valore di 220 miliardi, l’equivalente di Europa e Stati Uniti messi insieme. Basta cambiare emisfero: la prospettiva sul mosaico della cupola internazionale, da laggiù, appare subito molto più chiara.

    Con la Germania, un’opera etnografica scritta nel 98 d.C., Tacito riportò per primo come i capi barbari fossero soliti circondarsi di fedelissimi, per godere della loro protezione militare ed assicurare stabilità alle proprie tribù. Questo modello, non dissimile da quello dei clienti che gravitavano attorno all’amministratore delle province di età classica, maturò nei regni romano-barbarici per evolversi in età merovingia. Il re si attorniava di un gruppo di guerrieri scelti (i trustis), che prestavano servizio militare in sua difesa in cambio di privilegi, terre e titoli. Nel caso qualcuno avesse osato recare loro offesa, il tribunale regio decretava che li si risarcisse con un indennizzo doppio o triplo rispetto al normale (il guidrigildo). Si andò avanti così fino al IX-X secolo. Le cose si acuirono con l’arrivo di Normanni, Saraceni e Ungari, popolazioni che, premendo da est e sud, intensificarono le loro incursioni sul continente europeo, causando una generale destabilizzazione non solo economica (porti insicuri, strade commerciali interrotte) ma anche politica dell’intero territorio. La destrutturazione progressiva dell’impero carolingio, l’assenza di un potere centrale quale garante di ordine e sicurezza a salvaguardia dei cittadini, contribuirono a generare un senso di insicurezza generale. Dunque si ripartì “dal basso”, e in assenza di un potere monarchico comune si avviò quello che, alla storia, è passato come il “fenomeno di incastellamento”: la costruzione di castelli fortificati, borghi e fortezze. Ogni piccolo signore divenne a suo modo re e prese a solidarizzare o a rivaleggiare con i borghi vicini. Molti saranno sorpresi del fatto che, questo tipo di ristrutturazione sociale, perdurò ben oltre il Medioevo: ad abolirla fu Napoleone solo nel 1806. Sradicarla dopo 2000 anni di prassi ben avviata, a questo punto, è un’impresa. A pensarci bene, il concetto di democrazia sarà sì nato all’ombra del Partenone, ma se già Platone (La Repubblica, Politico) e Aristotele (Politica) lo criticarono, non c’è da sorprendersi se, nel 2018, a soli 200 anni dall’abolizione ufficiale del feudalesimo, la democrazia non sia ancora giunta alla sua piena maturità. Cioè: l’involucro c’è, dunque pare che ci sia anche il resto, ma a mancare è ancora una parte notevole di sostanza. Durante il feudalesimo la società era divisa in plebe, clero e nobili. Oggi, a fronte di un problema di proporzioni globali (l’immigrazione), le cui sollecitazioni pressanti costringono i governi “democratici” a revisionare non tanto le proprie strutture, quanto l’immagine ideale che di queste negli ultimi 2 secoli è stata passata all’opinione pubblica, si torna a (ri)scoprire un sinistro nesso col passato “recente”: la società pare sia ancora divisa in plebe (il Parlamento e il Presidente della Repubblica, rappresentante il primo dei cittadini e loro garante il secondo), clero (una Chiesa che non ha pudore a schierarsi apertamente contro il governo) e nobili (certa magistratura con la sua rete di protetti e fedeli). A tradire la facciata sono le stesse parole del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, secondo cui “solo attraverso un giudice ordinario o amministrativo il Decreto Sicurezza potrà eventualmente essere dichiarato incostituzionale”.
    L’avverbio è di rito, poiché a questa mirabile integrità etica, sorretta da un umanitarismo a dir poco fervente, segue una velata minaccia: “Abbiamo già pronta un’azione per sterilizzare in ogni modo gli effetti nefasti di questo decreto”, così Dario Nardella, sindaco di Firenze. A poco vale la reprimenda dei presidenti emeriti della Corte Costituzionale (Cesare Mirabelli e Giovanni Maria Flick), che richiamano all’osservanza del sistema democratico: la lega dei nobili, i trustis d’oggi, quei sindaci disubbidienti capitanati dal presidente dell’associazione dei comuni (Anci), Antonio Decaro, persiste nel suo intento di scavalcare quanto voluto dal governo, democraticamente votato in Parlamento e controfirmato dal Presidente della Repubblica.
    La plebe non conta. Ma il dato più allarmante è che i trustis d’oggi riconoscono il potere sovrano non negli organi statali di rappresentanza e tutela dei cittadini, bensì nella magistratura, un’istanza elitaria che si vuole neutra, ma i cui membri, tanto per puntualizzare, non sono nemmeno eletti dalla cittadinanza. Fa poi riflettere che la chiamata alle armi provenga proprio da due sindaci (De Magistris, Napoli e Orlando, Palermo) a capo di città dove alcuni scafisti hanno messo radici, gestendo con la complicità delle mafie locali attività di copertura per il loro traffico di vite umane (il prezzo di trasporto è di 3000 euro per immigrato). Forse tutto questo ritrovato idealismo, magari, è sorretto da altre ragioni, più che quelle prettamente etiche. E forse la sinistra italiana, carente di leader e progetti, tenta di rilanciare un nuovo programma di “incastellamento” attraverso il quale ridefinire per sé un nuovo potere, visto che ormai è assoldato che la corona è persa. Bando a chi li offende, allora, questi illustri sangueblu. Chissà a quanto ammonterà stavolta il guidrigildo.

    Duemila anni fa, degli alti dignitari provenienti dall’oriente, con ogni probabilità dalla Persia, si inginocchiarono a Betlemme ai piedi di un neonato offrendogli mirra, incenso e oro. Tributi regali per la nascita del figlio di Dio, della cui imminente venuta avevano appreso studiando i testi sacri e il moto delle stelle. Poco si sa di loro: nel Vangelo secondo Matteo, unico testo canonico di riferimento cristiano, non ne viene riportato il numero. La tradizione ha però voluto che fossero in 3, come i loro doni. Il termine greco magos (pl. magoi), derivando dal persiano antico magush, indicava i sacerdoti dello Zoroastrismo persiano, una religione basata sugli insegnamenti del profeta Zarathustra, molto diffusa in Asia centrale tra il VI sec. a.C. e il X d.C. La regalità dei Magi, pur non essendo attestata in alcuna fonte cristiana né tanto meno dai Padri della Chiesa, nella tradizione liturgica è stata tuttavia assunta in concomitanza della festività dell’Epifania, collegata a sua volta, di rito, al Salmo LXXI (LXXII), 10-11 in cui è scritto che “Il re di Tarsis e delle isole porteranno offerte, i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi. A lui tutti i re si prostreranno, lo serviranno tutte le nazioni”.
    Duemila anni dopo, l’adorazione del Salvatore non solo presenta connotati liturgici di tutt’altro tenore, ma è stata persino deformata nel suo significato teologico al punto da sfiorare l’eresia. Così, i sacerdoti dell’Europa progressista che invoca la comunione, la condivisione e l’accoglienza, si rifiutano di allestire il presepe (don Luca Favarin, Padova), lo sistemano nel cassonetto dell’immondizia (don Armando Zappolini, Perignano, Pisa) oppure sfruttano la sacralità dell’occasione per ricusare le scelte del governo in fatto di politiche migratorie (cardinale Giuseppe Bettori, Firenze). Una parte di cittadinanza, resta da chiarire quale, al contrario di quegli umili, ma umani pastori che a Gesù offrirono agnelli, latte e pane, preferisce persino rubargli la culla per sostituirla con un tappetino islamico, bruciarne la già fatua mangiatoia o imbrattare le statuine di vernice (Udine), e infine negargli la terra ferma per buttarlo simbolicamente a mare, in una scenografia controversa che vuole alludere ai recenti sbarchi negati agli immigrati (Casa della Carità, Milano). Eppure non è questa la ragione maggiore dello scandalo, ma le motivazioni che accompagnano questi allestimenti. Don Zappolini sostiene, per esempio, che la necessità di relegare l’Epifania ai rifiuti sia addirittura un dovere, visto che, a suo dire, Gesù si troverebbe “tra quegli scarti di umanità che da duemila anni sono la sua gente”. Se avesse studiato il Vangelo con la dovuta cura, avrebbe notato che Gesù, tanto per fornire un controesempio, non decise di vivere in un postribolo in promiscuità con la Maddalena, nota come prostituta, giusto per “stare tra la sua gente”. Salvandola dalla lapidazione, le disse “va, e non peccare più.” Al che fu lei, da quel momento in poi, a seguirlo, vale a dire a “uscire dalla spazzatura” e senza ripensamenti. La trasformazione (che i Cristiani chiamano conversione) della Maddalena fu radicale. Il Gesù dei Vangeli esorta l’umanità a redimersi per ritrovare dignità nella vita. Fa leva innanzitutto sulla volontà e sulla coscienza di ciascun singolo, per cambiare e progredire in meglio. Non esorta mai l’individuo a “restare tra gli scarti” per perseverare nel male (delinquere, stuprare, spacciar droga) o crogiolarsi nell’autocommiserazione (accattonaggio), né vuol dare adito a certi presunti redentori di compiacere alle proprie coscienze, quando, soccorrendo chi ha bisogno, finiscono col credersi tanto più necessari e santi, quanto maggiore è il male che ritengono di dover sanare. È anzi un riprovevole paradosso che questi ultimi traggano giustificazione alla propria vocazione proprio dal degrado, piuttosto che dall’impegno di eliminarlo: più questo è grave, più si sentono chiamati al dovere morale di sanarlo, non fosse che il circolo è vizioso perché, una volta sanato, si svilisce anche il senso ultimo della loro vocazione. Dunque alimentare ed estremizzare il degrado fino a dare in scandalo, diventa per loro di importanza vitale, dal momento che permette loro di erigere sé stessi al titolo di un nuovo modello di salvator mundi. Defenestrando inconsciamente il bambino Gesù, per prenderne il posto, attendono di essere premiati col consenso generale di una massa sempre meno incline all’autocritica, e sempre meno capace di approfondire dati, fatti e fonti oltre al nozionismo di cui si alimentano tramite i media, o di cui li alimenta chi invece per primo dovrebbe loro aprire gli occhi. L’offesa di don Zappolini è pertanto duplice: sia ai Cristiani osservanti, che non approvano la libertà con cui ha stravolto il messaggio evangelico, sia a chi è in cerca di un aiuto concreto, perché a nessuno farebbe gola la prospettiva di essere accolto in un cassonetto. Eppure è questo il messaggio di fondo, a chi cristiano non è: che qualcuno abbia donato un tappetino islamico a Gesù, per dargli un po’ di comfort, a questo punto non è un’offesa, ma un gesto di pietà. I Magi del 2018, questi dignitari che dalle pergamene sono passati ai cellulari, e dalle profezie delle Sacre Scritture ai messaggi irriverenti su Facebook, non troveranno il Messia. Nella sua infinita umiltà, Dio perdona anche chi lo sfregia dopo 2000 anni dalla nascita. Ma Google maps ha imparato a tracciare i percorsi dei suoi utenti. Tra un anno, faremo il bilancio per vedere dove questi Magi sono arrivati con la loro cometa. O era la torcia dello smartphone? Con quella, in effetti, nel bidone si vede meglio.

    L’avvento, nei riti cristiani, è quel periodo liturgico che precede il Natale – tempo di nascita e cambiamento col quale, per i fedeli, l’umanità si apre ad un modo del tutto nuovo di intendere la vita. Quest’anno, all’attesa fiduciosa di un’istanza superiore ispirata e benigna, capace di intervenire e porre finalmente rimedio ai mali di un’Europa sempre meno unita sul fronte dei problemi che ne minano la stabilità, si è sostituito l’interventismo dei suoi cittadini. I gilet gialli francesi, inaspriti dai casseurs (gli spaccatutto) insorgono in Francia, da Parigi, Toulouse, Lion, Limoges, Réunion ai villaggi rurali, e le rivolte ora dilagano anche a Bruxelles, presa a sassate, dove contro la stessa sede della Commissione europea sono stati lanciati i petardi. In Italia i cittadini si mobilitano a favore di altri cittadini: scendono in piazza manifestando per Fredy Pacini che, reo per eccesso di difesa secondo la magistratura, dopo 38 furti subiti e mesi passati in officina a guardia dei propri beni, spara e uccide il malvivente che tenta di portare a segno il 39.esimo colpo; acciuffano e consegnano alla polizia di Casoria (Napoli) un extracomunitario pregiudicato, dopo che questi rapina una giovane del suo cellulare; a Monza, sul treno, bloccano un gruppo di manigoldi e un rumeno mentre pestano un 55enne, colpevole solo di averli rimproverati perché, sdraiati sui sedili, impedivano ai passeggeri di prendere posto. Aggrediti, raggirati, tacitamente controllati, abbandonati, vilipesi, derubati ma soprattutto emarginati da quelle stesse strutture statali, che i cittadini credevano aver legittimato col proprio voto affinché tutelassero i diritti della comunità, mentre invece, ormai, queste non ne rappresentano più la voce. Le strutture politiche e amministrative, complesse macchine gerarchiche articolate su più livelli, si sono cristallizzate in compagini societarie fortemente accentrate, ma il problema è che il loro scopo è diventato assicurare omogeneità interna al sistema, non mantenere un dialogo col tessuto sociale, garantire dinamicità allo sviluppo e stabilità alla sicurezza. Ai poteri forti (le istituzioni governative, gli enti statali, le grandi società), convogliati magneticamente al centro di un’architettura elitaria sempre meno credibile e per questo debole, si contrappone oggi una periferia (i comuni cittadini, o chi fa del loro malcontento il proprio vessillo) ancora instabile e umorale ma numerosa, sempre più presente e agguerrita. In sostanza, il vero centro, inteso come forma di potere che si afferma con un interventismo a sua volta espressione dell’autorità che detiene, sta migrando verso l’esterno, dove, quando la trasmigrazione sarà completata, prenderà forma un nuovo sistema. Il nuovo centro, è inevitabile, affermandosi segnerà la disgregazione di quello attuale. Quel che più colpisce, è che il motore di questa rivoluzione ormai in atto sia proprio quello che, nel 1984, il semiologo russo Jurij Lotman definì fenomeno di creolizzazione, cioè il formarsi di nuovi legami, in periferia, tra forze prima anche contrarie, ma accomunate ora dalla volontà di delegittimare un centro obsoleto, percepito come inetto ed inefficiente. È normale che lungo il confine si agitino forze differenti tra loro e diverse dai poteri forti: fa parte, questo, di ogni sana democrazia.
    Ma per mantenere sani gli equilibri di un regime democratico è doveroso permettere a tali forze di puntare alla permeabilità del tessuto sociale che ne costituisce l’essenza, potendo dunque prendere parte al dibattito in seno alla struttura. Se queste forze vengono invece emarginate e il dialogo col centro negato, è normale che in periferia si manifestino fenomeni di attrazione altamente elettrizzati ed esplosivi, volti a ribaltare gli equilibri (paralizzati e malsani) del potere in carica. Questo spiega come il Rassemblement national di Marine Le Pen solidarizzi con La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon (estrema destra con estrema sinistra, accoppiata ineccepibile solo un decennio fa) nell’intento di destituire l’Esecutivo di Macron, il cui piedistallo fu scolpito nei salotti parigini di Jacques Attali (economista e potente banchiere francese di fama internazionale). Ma spiega anche perché, apparentemente senza essere interconnessi, don Luca Favarin (un sacerdote di Pordenone secondo cui non è necessario fare il presepe a Natale), Gino Strada (fondatore di Emergency e contrario all’attuazione del Dl Sicurezza), Luigi De Magistris (sindaco di Napoli) e Vincenzo Boccia (presidente di Confindustria) in questi giorni parlino tutti di coerenza. In altre parole, non ammettono che qualcuno disturbi gli equilibri di quel centro, alla cui costituzione ha lavorato tutto un sistema (di poteri forti interconnessi a livello transnazionale), messo ora in crisi dalla realtà dei fatti, ma soprattutto dalla massa dei cittadini in rivolta, stanchi di chi non più li rappresenta né li tutela, svendendo menzogne per sacrifici e falsi buonismi per carità. Può piacere o meno, ma la visione della cometa è più nitida nei cieli della periferia che in quelli di città. Quel che sgomenta è ciò che annuncia: la stesura di una nuova grammatica di sensi e valori che, dalle parole, sta già passando ai fatti.

    Il 15 novembre scorso l’assemblea generale della CEI avrebbe approvato una modifica del Messale Romano, la terza in corso, optando per un intervento sull’interpretazione di un passo del “Padre nostro” e uno del “Gloria”, due preghiere fondamentali del Cristianesimo. La prima ancor più della seconda visto che, stando ai Vangeli, venne pronunciata da Gesù Cristo durante il celebre “discorso della montagna”. Dalla versione originaria del Vangelo secondo Matteo 6,13, “non ci indurre in tentazione”, si passerebbe a quella più morbida e “politicamente corretta” del “non abbandonarci alla tentazione”. Nel Gloria, invece, l’originario “pace in terra agli uomini di buona volontà” diverrebbe “pace in terra agli uomini amati dal Signore”.
    Nel primo caso, il termine greco imputato (eisenekes), nel IV sec. fu reso correttamente da San Girolamo nella Vulgata (la traduzione delle Sacre Scritture dall’originale greco/ebraico in latino). L’omonimo “in-ducere”, cioè “indurre” in italiano, proprio per il senso di movimento che già trasmetteva il termine greco (portare verso la tentazione) rendeva non solo giustizia all’originale; c’è da dire che il lemma greco rafforzava ancor più quest’idea di movimento, con una ridondanza semantica accentuata oltretutto dalla preposizione che lo precedeva.
    Dunque la modifica, oggi, non può che recare oltraggio all’originale. A questo va sommata la grave implicazione teologica con la quale si mina la stessa autorità divina, intaccando per riflesso il monoteismo cristiano. Dio viene declassato al rango di una forza uguale e contraria, Satana, di cui non è più il Maestro, il Dominatore, divenendone ora l’antagonista, come in un videogame dove la lotta si riduce alla dicotomia tra il bene e il male. Nella dottrina cristiana, però, non è così. È naturale chiedersi come possa un Dio che ha a cuore le sorti degli uomini, volere il loro male “inducendoli” in tentazione. L’uomo però dimentica che, sempre secondo la Genesi, è stato Dio, proprio per l’amore nei confronti della sua creatura prediletta, a lasciarla libera di decidere cosa fare della propria sorte. La mela (dal latino “malum”, il male) era proibita, ma non c’era una porta blindata o una rete ad alta tensione a proteggerla. Il divieto era puramente d’ordine etico. Fatta la propria scelta, è ovvio che se ne debbano sopportare le conseguenze, da cui Dio, per altro, tecnicamente è esente da colpe. L’uomo sceglie, l’uomo sbaglia. L’uomo decide, l’uomo condanna (altri suoi simili, la natura, sé stesso). Prima di redimerlo, nell’ottica cristiana, da queste sue catastrofiche licenze, Dio lo mette alla prova. Lo induce in tentazione per provarne la fede. Gli esempi abbondano. Basti pensare alla prova chiesta ad Abramo (immolare il proprio unico figlio, Genesi 22), a Mosè (che Dio tenta di “far morire”, Esodo 4,24), a S. Paolo (un inviato di Satana lo ferisce e oltraggia, 2 Cor 12,7), a Giobbe (Dio permette a Satana di distruggerne i beni e l’intera famiglia, Gb 1,12) e persino a Gesù Cristo (tentato nel deserto, Mt 4,1). Chi sono, oggi, questi uomini che, per commentare la massima del titolo, di Alessandro Morandotti, vogliono intaccare l’autorità di un’istanza superiore imponendo all’umanità e al mondo intero la propria, per giunta di stampo relativista? Il Dio ebraico-cristiano, soprattutto quello iracondo e vendicativo del Vecchio Testamento, non ama tutti gli uomini a prescindere, ma i giusti, i probi, insegna la Bibbia. Agli altri riserva la disfatta. Quelli di “buona volontà”, che siano credenti come la Maddalena, o no, come San Paolo sulla via di Damasco, li ama per le loro qualità intrinseche. Le provoca, per poi premiarli in base a ciò che dimostrano di poter diventare, maturando come individui nel rispetto del prossimo e del mondo circostante.
    Il Dio cristiano non gioca ai videogame: legge l’anima dell’uomo e la plasma. Non è che, quest’affievolimento esegetico di una Chiesa sempre più vincolata ai beni terreni, di cui pare tema la perdita (poco ci vuole, in effetti, a devastare la Cappella Sistina o la Biblioteca vaticana con un attentato terroristico), debba interpretarsi come sintomatico di una previdenza o di una strategia tutelativa di tutt’altra natura? Tipo evitare che si consolidi il connubio, per altro già in atto, tra le varie destre sovraniste europee in ascesa verso i seggi di Bruxelles, dopo le relative conquiste nazionali, e una ritrovata identità religiosa, sbandierata a tutela delle proprie radici e dei propri valori cristiani? Su questo insiste non solo Orban: gli si affiancano per tradizione la Polonia, Salvini quando col rosario in piazza giura sul Vangelo, e anche Marine Le Pen, che con l’associazione “Manif pour tous” ha riportato la religione in lizza al dibattito politico. Fino a che punto l’uomo svenderà anche la propria religione, per mantenere o aumentare il proprio potere nell’Europa dopo il prossimo 26 maggio 2019?

    “[I fanciulli] vengono oppressi con una moltitudine di particolarità, che nulla lascia loro comprendere, o si trascura di fissar la loro immaginazione, la quale facilmente si svaga. Sono forniti più di memoria, che di discernimento: convien dunque servirsi dell’una per ispirar loro l’altro”. Così scriveva il geografo e filosofo francese Nicolas Lenglet Du Fresnoy nell’introduzione al suo libello istruttivo “La geografia de’ fanciulli”, pubblicato nel 1736 a Parigi e tradotto con successo a Milano, nel 1784. Lezione che, se non fosse per il lessico obsoleto, meriterebbe tanto un’effige nelle scuole pubbliche, quanto un promemoria sullo specchio d’ingresso di molte famiglie. Che il “fanciullo” abbia più memoria che giudizio, oggi non pare affatto un’ovvietà. Ma questo non perché siano cambiati i “fanciulli”, bensì perché sono gli adulti ad aver perso il contatto con quella realtà evolutiva, di cui, invece, dovrebbero essere i tutori. Al graduale dissolvimento della famiglia, come prima istituzione sociale in cui apprendere il valore degli affetti e definire i propri ruoli, segue sempre più un declino nella scuola, dove al gioco di gruppo, preposto alla sperimentazione dell’alternanza tra libertà a doveri, si vanno via via sotituendo dinamiche deleterie di vilipendio e braveria. Se ciò accade, è per via della mancanza di un’autorità, da non intendersi solo come potere punitivo: i giovani hanno bisogno di riferimenti. Modelli da imitare. Se il modello non c’è e il giudizio viene così a mancare, più che diventare degli individui responsabili, i “fanciulli”, dovendo provvedere da soli a sé stessi, non possono che evolversi in vittime o in delinquenti. È facile estromettere la capacità di giudizio distraendo la memoria con i folti (e inconsistenti) contenuti multimediali, di cui oggi i giovani, privati della protezione necessaria alla loro età, si nutrono con voracia in solitudine, ma per carenza di meglio. Anzi: d’altro. Un insegnante che in un Istituto di Venezia fa uso di hashish, non può esercitare alcuna autorità credibile su degli alunni, che a loro volta assumono e spacciano droga, come è emerso nel corso delle recenti operazioni «Scuola sicura», promosse dalla polizia. Clamoroso caso in cui il giudizio è del tutto assente nell’adulto, per giunta un pedagogo, poiché incapace di istruire il giovane aiutandolo a distinguere tra il bene e il male, tra la cosa giusta e quella sbagliata, tra il sano e il perverso. Se le forze dell’ordine italiane perquisiscono e presidiano le classi, mentre il ministro dell’istruzione francese, Jean-Michel Blanquer, sta valutando con quello dell’interno, Christophe Castaner, di presidiare le scuole per proteggere gli insegnanti dalle aggressioni degli studenti, c’è poco da indignarsi e gridare al ritorno del fascismo, sfilando in piazza a San Lorenzo a Roma, come di recente ha fatto l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia). Dov’è il giudizio degli adulti, che preferiscono paventare fantasmi piuttosto che affrontare la realtà? Mentre all’Istituto superiore “Floriani” di Vimercate (Monza), un’insegnante di 55 anni viene presa a “sediate” al buio, in aula, riportando lesioni e contusioni varie, i padri comboniani attaccano il Ministro dell’Interno per aver definito “vermi” gli aggressori di Desirée Mariottini, la 16.enne drogata, seviziata, stuprata e uccisa a Roma lo scorso 18-19 ottobre. I media si sono focalizzati sulle urgenze, ma pochi hanno indagato la natura delle priorità da risolvere, per parare quest’ondata di violenze etiche. Altrettanto sconvenienti alla tragedia delle circostanze gli interventi dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, quando ha dichiarato che “sta coi cittadini che non sopportano più degrado, incuria e violenza”, e di Roberto Fico, che, come alternativa alle “ruspe” di Salvini, propone “amore e coesione sociale per costruire una comunità solidale”.
    Se Desirée potesse tornare, magari chiederebbe alla Boldrini se si ricorda del degrado che già c’era in quel quartiere mentre era alla Camera, e a Fico potrebbe ribattere che, per quanto la riguarda, non si può negare che si sia prodigata nel sostegno di una comunità solidale, frequentando degli adulti stranieri di cui, oltretutto, ha contribuito a favorire l’economia. Il punto è che le hanno venduto della droga (è amore, questo?) e l’hanno uccisa (perché non sopportano il degrado e l’incuria?). Perché gli adulti non giudicano? Forse affinché i giovani non ricordino, e non ricordando non imparino? Chi sono, dunque, gli orchi di queste favole moderne che non vengono più lette la sera, ma vissute nella notte e sfalsate di giorno? Come viaggeranno i “fanciulli” in questa vita, se la geografia insegnata loro dagli adulti è fatta di vicoli ciechi, trappole e lunapark popolati da draghi, serpenti e ambigue fattucchiere?

    Non è una novità che i vertici di Stato si incontrino per discutere di politica, economia e sicurezza mondiale. Lo è però che lo facciano sempre più spesso a due, in via confidenziale, per non dire quasi amichevole, scavalcando così quel personale intermedio che, tradizionalmente, è preposto alla gestione delle relazioni diplomatiche. Lo si è visto di recente nel corso dell’incontro tra il Presidente austriaco Van der Bellen e quello serbo Vučić, a Belgrado, dove è stata discussa la possibilità di scambiare le etnie albanesi residenti in territorio serbo, con quelle serbe site su suolo kosovaro. Scenari non nuovi alla storia europea del ‘900: basti pensare al travaso dei polacchi, sospinti a forza verso ovest dalle truppe russe nel secondo conflitto mondiale, per non parlare del manto a “macchia di ghepardo” assunto negli anni ‘90 da una Bosnia ed Erzegovina sempre più tricefala, con enclavi croate, musulmane e serbe disconnesse l’una dall’altra e sparse alla rinfusa sui Balcani, come macchie tenaci su di un vecchio frac da rinchiudere in armadio, poiché poco consono, così com’è, a presenziare a un incontro in società. Sul guardaroba da sera, mal si tollerano certi tipi di “attaccamenti”. Di questi e simili giochi a scacchi, dove gli strateghi internazionali muovono genti come pedine, senza curarsi troppo della perdita di pedine, alfieri o cavalli (basta fare scacco matto al re avversario per vincere), i protagonisti si stanno riducendo. Due giocatori solitari, raccolti in un intimo tête-à-tête, s’incontrano quasi in privato, per venire prima al sodo e concludere accordi che, diversamente, richiederebbero tempi lunghi ed esiti incerti. Detta così, pare una cospirazione autartica, ma paradossalmente questo tipo di rapporto diretto sembra al momento il miglior garante a salvaguardia delle nostre democrazie. Nell’incontro di Belgrado sono venuti a mancare del tutto la mediazione preventiva e il coinvolgimento di Federica Mogherini, l’alta rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Legittimo ora, chiedersi che cosa ci stia a fare a Bruxelles. D’altro canto, come non rilevare le polemiche sollevatesi a seguito dell’incontro tra il Presidente americano Trump e quello russo Putin a Helsinki, lo scorso luglio. A certe frange ramificate orizzontalmente sul piano internazionale, depositarie di interessi che non antepongono quelli dei cittadini ai propri, i rendez-vous a lume di candela da cui vengono estromesse non piacciono: così l’amministrazione americana e l’Intelligence Usa, in conflitto con Trump circa le presunte ingerenze russe nelle elezioni del 2016, ma anche la Nato che da decenni ha costruito carriere e sviluppato strategie sull’esistenza di un nemico (vero o presunto), di cui ora sarebbe imbarazzante negare l’esistenza. Lo stesso vale per gli avvicinamenti del premier italiano Conte a Trump, e di Salvini a Putin. L’Italia non può ambire alla leadership, in fatto di gestione delle complesse, quanto delicate politiche mediterranee. Ha però instaurato con gli Usa una special relationship che le permette di assumere il ruolo cruciale di partner privilegiato, nel quadro politico-strategico focalizzato sul cosiddetto progetto del Mediterraneo allargato. Si tratta di un ambito molto più ampio del meglio noto bacino Mediterraneo, visto che si estende alle Canarie nell’Atlantico, al Mar Nero e, lambendo il Medio Oriente, penetra fino al Corno d’Africa. Questa volta non si tratta di uno scacchiere, ma di un giardino tipicamente mediterraneo, ricco di singoli arbusti di media-grande altezza, in cui l’edera e i rovi, da decenni abituati a circuirne i tronchi e le fronde, a congiungerne le chiome e ad avvilupparne convulsamente fiori e bacche, fino a soffocarle, ora temono di esserne rimossi. Non tutti i rampicanti verranno sradicati: le rose e i clematiti, ad esempio, pur avendo bisogno di un sostegno a cui attorcigliarsi, dispendiano bellezza e grazia all’ambiente. Per gli infestanti, al contrario, per quanto fioriscano, non crediamo che i giardinieri dimostreranno altrettanta pietà.