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    Muri blu, verdi e grigi: quali evitare, quali innalzare e quali sfondare

    By Marlene Prischich Aprile 11, 2019 42

    L’umanità non ha mai potuto fare a meno dei muri. Ne ha costruiti di tutti i tipi e in tutte le epoche per due scopi: o per difendersi o per definire un confine. Il muro, certo, è cosa statica. Parrebbe di per sé inoffensiva, tuttavia, quel che più irrita è proprio quella sua tacita ma irremovibile qualità divisiva: contrasta l’unità (di intenti o punti di vista) e detiene un rapporto controverso con la libertà, poiché la garantisce ad alcuni vietandola ad altri. Eppure non funge solo a questo. Il fatto che l’umanità ne abbia sfruttato una o due qualità, tra cui le peggiori, non significa che non ne abbia altre degne di nota. Il fatto è che il muro rappresenta un limite, un concetto che non piace alla società postmoderna, detta liquida da Zygmut Bauman, perché lo si associa a delle valenze negative. Il limite contiene, impone, forma e regolarizza, il che non per forza è uno svantaggio. Esempio banale: è molto meglio bere da un bicchiere la cui funzione è quella di contenere un liquido, piuttosto che abbeverarsi chini su una pozza informe. Corollario: se la natura non avesse provveduto a limitare la pozza, formando tipo un lago, non avremmo neanche di che bere perché l’acqua defluirebbe via. Il termine latino limes significa tante cose: frontiera ma anche strada, canale, percorso, differenza e persino regione. Il limite ha dunque anche il potere di collegare le cose, come fa appunto una strada, riferendosi persino a una zona in cui si trovano più cose (differenti). Possibile che ce ne siamo dimenticati? O forse non vogliamo ricordarcene, perché, per citare Bauman, qualcuno vuole che “l’incertezza sia la nostra unica certezza”? Che “ci sentiamo liberi nella misura in cui l’immaginazione non superi i desideri reali, e nessuno dei due oltrepassi la capacità di agire”? Che cerchiamo “soluzioni private a problemi di origine sociale, anziché soluzioni di origine sociale a problemi privati”? Che “l’attuale stretta creditizia non sia il segnale della fine del capitalismo, ma solo dell’esaurimento di un altro pascolo”? A proposito di pascoli, l’Unione africana (UA) nel 2007 ha lanciato il Great Green Wall, un’iniziativa congiunta di più stati, mossi dall’ambiziosa intenzione di erigere un muro largo 15 e lungo 7.775 km dal Gibuti al Senegal, passando in trasversale per Eritrea, Sudan, Chad, Niger, Mali e Mauritania. Un muro verde fatto di 37 specie di arbusti, coltivazioni di cereali, piante resilienti e pascoli, che entro il 2030 al Sahara strappi 11.662.500 ettari di terreno, così da prevenire il dilagante processo di desertificazione in corso. Perché, secondo Monique Barbut, segretario esecutivo della UN Convention to Combat Desertification, è l’avanzata della sabbia, e non la guerra, la vera ragione che spinge le popolazioni africane a risalire il continente, come ha dichiarato al quotidiano inglese The Guardian. Oggi, dopo il primo decennio, Elvis Paul Tangem, coordinatore del GGW per la Sahara and Sahel Initiative della Commissione dell’UA, ribadisce che il progetto procede con enormi difficoltà per mancanza di fondi ma, soprattutto, per mancanza di una politica locale (soprattutto in Niger e Mali), che educhi i giovani a investire il proprio futuro sul lavoro, avviando fattorie in cui stanziarsi così da sanare e tutelare il fragile ecosistema del Sahel. Giovani uomini intercettati dai trafficanti d’esseri umani ad Agadez (Niger), vengono piuttosto avviati in Libia e poi caricati sui gommoni con la promessa di un lauto guadagno in Europa, dove con la complicità delle ONG sfidano il Mediterraneo rischiandovi la vita. A niente o poco valgono quei 100,- €/mese elargiti dal GGW ai migranti climatici stipati nei campi profughi in Niger, nella speranza che siano per loro di incentivo a costruire un muro verde, piuttosto che ad affrontare quello grande e blu, agitato da venti burrascosi. Di questo passo, con il 40% del terreno minacciato da un irreversibile processo di inaridimento, l’ONU prevede che entro il 2030 si riverseranno in Europa ca. 60 milioni di genti provenienti dalla fascia sub-sahariana. Ma lo Xinjiang Institute of Ecology and Geography (XIEG), promosso dall’Accademica cinese delle scienze, manco a dirlo, ha offerto il proprio sostegno al GGW, assicurando che le imprese cinesi saranno liete di contribuire alla prevenzione e al controllo della desertificazione. Come la China Road&Bridge Corporation, finanziata dalla Exim Bank of China, è stata lieta di dare una mano al Montenegro nella costruzione di 165 km di autostrada che colleghi la Serbia all’Adriatico, un progetto che al premier Marković ha già creato un debito di 810 milioni di euro per i soli primi 41 chilometri. Ma l’UE, che fine ha fatto? Dalle mura grigie dei bastioni, dietro a cui se ne stanno in vedetta i dirigenti di Bruxelles, a monitorare chissà cosa, non si leva alcuna voce. Né di difesa né di intervento. E mentre altre mura grigie, quelle del carcere, si aprono ai malviventi che per strada uccidono chi osa accennare un sorriso (caso Stefano Leo), c’è qualcuno che di mura non si cura. Un tempo i draghi volavano in cielo, abbattendosi su città, eserciti e cavalieri dall’alto. Hanno cambiato tattica: si sono mossi in silenzio, scavando canali, percorsi e strade sotto alle nostra fondamenta. E adesso, i loro limes, ce li ritroviamo sbucare direttamente in piazza.

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    Last modified on Giovedì, 11 Aprile 2019 15:25