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    Quei Magi irriverenti, guidati da Google maps e istruiti da Facebook

    By Marlene Prischich Gennaio 03, 2019 71

    Duemila anni fa, degli alti dignitari provenienti dall’oriente, con ogni probabilità dalla Persia, si inginocchiarono a Betlemme ai piedi di un neonato offrendogli mirra, incenso e oro. Tributi regali per la nascita del figlio di Dio, della cui imminente venuta avevano appreso studiando i testi sacri e il moto delle stelle. Poco si sa di loro: nel Vangelo secondo Matteo, unico testo canonico di riferimento cristiano, non ne viene riportato il numero. La tradizione ha però voluto che fossero in 3, come i loro doni. Il termine greco magos (pl. magoi), derivando dal persiano antico magush, indicava i sacerdoti dello Zoroastrismo persiano, una religione basata sugli insegnamenti del profeta Zarathustra, molto diffusa in Asia centrale tra il VI sec. a.C. e il X d.C. La regalità dei Magi, pur non essendo attestata in alcuna fonte cristiana né tanto meno dai Padri della Chiesa, nella tradizione liturgica è stata tuttavia assunta in concomitanza della festività dell’Epifania, collegata a sua volta, di rito, al Salmo LXXI (LXXII), 10-11 in cui è scritto che “Il re di Tarsis e delle isole porteranno offerte, i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi. A lui tutti i re si prostreranno, lo serviranno tutte le nazioni”.
    Duemila anni dopo, l’adorazione del Salvatore non solo presenta connotati liturgici di tutt’altro tenore, ma è stata persino deformata nel suo significato teologico al punto da sfiorare l’eresia. Così, i sacerdoti dell’Europa progressista che invoca la comunione, la condivisione e l’accoglienza, si rifiutano di allestire il presepe (don Luca Favarin, Padova), lo sistemano nel cassonetto dell’immondizia (don Armando Zappolini, Perignano, Pisa) oppure sfruttano la sacralità dell’occasione per ricusare le scelte del governo in fatto di politiche migratorie (cardinale Giuseppe Bettori, Firenze). Una parte di cittadinanza, resta da chiarire quale, al contrario di quegli umili, ma umani pastori che a Gesù offrirono agnelli, latte e pane, preferisce persino rubargli la culla per sostituirla con un tappetino islamico, bruciarne la già fatua mangiatoia o imbrattare le statuine di vernice (Udine), e infine negargli la terra ferma per buttarlo simbolicamente a mare, in una scenografia controversa che vuole alludere ai recenti sbarchi negati agli immigrati (Casa della Carità, Milano). Eppure non è questa la ragione maggiore dello scandalo, ma le motivazioni che accompagnano questi allestimenti. Don Zappolini sostiene, per esempio, che la necessità di relegare l’Epifania ai rifiuti sia addirittura un dovere, visto che, a suo dire, Gesù si troverebbe “tra quegli scarti di umanità che da duemila anni sono la sua gente”. Se avesse studiato il Vangelo con la dovuta cura, avrebbe notato che Gesù, tanto per fornire un controesempio, non decise di vivere in un postribolo in promiscuità con la Maddalena, nota come prostituta, giusto per “stare tra la sua gente”. Salvandola dalla lapidazione, le disse “va, e non peccare più.” Al che fu lei, da quel momento in poi, a seguirlo, vale a dire a “uscire dalla spazzatura” e senza ripensamenti. La trasformazione (che i Cristiani chiamano conversione) della Maddalena fu radicale. Il Gesù dei Vangeli esorta l’umanità a redimersi per ritrovare dignità nella vita. Fa leva innanzitutto sulla volontà e sulla coscienza di ciascun singolo, per cambiare e progredire in meglio. Non esorta mai l’individuo a “restare tra gli scarti” per perseverare nel male (delinquere, stuprare, spacciar droga) o crogiolarsi nell’autocommiserazione (accattonaggio), né vuol dare adito a certi presunti redentori di compiacere alle proprie coscienze, quando, soccorrendo chi ha bisogno, finiscono col credersi tanto più necessari e santi, quanto maggiore è il male che ritengono di dover sanare. È anzi un riprovevole paradosso che questi ultimi traggano giustificazione alla propria vocazione proprio dal degrado, piuttosto che dall’impegno di eliminarlo: più questo è grave, più si sentono chiamati al dovere morale di sanarlo, non fosse che il circolo è vizioso perché, una volta sanato, si svilisce anche il senso ultimo della loro vocazione. Dunque alimentare ed estremizzare il degrado fino a dare in scandalo, diventa per loro di importanza vitale, dal momento che permette loro di erigere sé stessi al titolo di un nuovo modello di salvator mundi. Defenestrando inconsciamente il bambino Gesù, per prenderne il posto, attendono di essere premiati col consenso generale di una massa sempre meno incline all’autocritica, e sempre meno capace di approfondire dati, fatti e fonti oltre al nozionismo di cui si alimentano tramite i media, o di cui li alimenta chi invece per primo dovrebbe loro aprire gli occhi. L’offesa di don Zappolini è pertanto duplice: sia ai Cristiani osservanti, che non approvano la libertà con cui ha stravolto il messaggio evangelico, sia a chi è in cerca di un aiuto concreto, perché a nessuno farebbe gola la prospettiva di essere accolto in un cassonetto. Eppure è questo il messaggio di fondo, a chi cristiano non è: che qualcuno abbia donato un tappetino islamico a Gesù, per dargli un po’ di comfort, a questo punto non è un’offesa, ma un gesto di pietà. I Magi del 2018, questi dignitari che dalle pergamene sono passati ai cellulari, e dalle profezie delle Sacre Scritture ai messaggi irriverenti su Facebook, non troveranno il Messia. Nella sua infinita umiltà, Dio perdona anche chi lo sfregia dopo 2000 anni dalla nascita. Ma Google maps ha imparato a tracciare i percorsi dei suoi utenti. Tra un anno, faremo il bilancio per vedere dove questi Magi sono arrivati con la loro cometa. O era la torcia dello smartphone? Con quella, in effetti, nel bidone si vede meglio.


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    Last modified on Giovedì, 03 Gennaio 2019 13:35