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    Storia, cultura e politica dal ’700 a oggi nell’Adriatico orientale

    By Lorenzo Salimbeni Giugno 09, 2018 150

    ROMA | Un ampio e qualificato pubblico (presenti tra gli altri la prof.ssa Ester Capuzzo dell’Università La Sapienza, il prof. Giuseppe de Vergottini dell’Associazione Coordinamento Adriatico e il prof. Damir Grubiša, ex ambasciatore in Italia della Repubblica di Croazia) ha caratterizzato l’ultimo appuntamento del ciclo di convegni di studio “Il mondo culturale in Istria, Fiume e Dalmazia dal 1700 al 1900”, organizzato presso la Casa del ricordo dal Comitato provinciale di Roma dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia in sinergia con il Dipartimento Cultura dell’Assessorato Cultura e Turismo di Roma Capitale.

    Introdotto e coordinato dalla prof.ssa Rita Tolomeo (Società Dalmata di Storia Patria di Roma), il pomeriggio si è aperto con la relazione di Bogdan Živković dedicata ai rapporti tra Jugoslavia, Pci e minoranza italiana nel dopoguerra. Il giovane relatore, dottorando di ricerca alla Sapienza, ha innanzitutto evidenziato le differenze ideologiche tra comunisti italiani e jugoslavi, i quali rappresentavano rispettivamente l’ala destra e la sinistra del Cominform, auspicando gli uni la prosecuzione dei rapporti con altre forze antifasciste in ambito istituzionale e desiderando invece gli altri lo scatenarsi di una guerra contro il capitalismo. Il Pci, tuttavia, non perseguiva gli interessi nazionali, laddove il Pcj voleva dimostrare a sloveni e croati che le loro rivendicazioni erano tenute in considerazione dalla nuova Jugoslavia di Tito, la quale al termine della Seconda guerra mondiale aveva mire territoriali non solo nei confronti dell’Italia, ma anche di tutti gli altri Stati confinanti. La rottura nel 1948 dei rapporti tra Mosca e Belgrado (vista dall’occidente come il primo dissidente del blocco sovietico) comportò la rottura anche delle relazioni fra il Pci ed il Pcj fino agli anni della destalinizzazione, dopodiché i contatti s’intensificarono.

    Propaganda... ideologica

    “La Jugoslavia leader dei Paesi del terzo mondo – ha spiegato Živković – era uno strumento per i comunisti italiani per collegarsi con altre esperienze socialiste, assieme alle quali sviluppare una politica estera mediterranea parallela a quella ufficiale dello Stato italiano”. Se il viaggio di Togliatti a Belgrado nel ’46 agevolò la liberazione di molti prigionieri italiani in Jugoslavia, dieci anni dopo il Pci si accorse che c’era una comunità italiana nell’Adriatico orientale di cui voleva porsi a tutore, così come proteggeva la minoranza slovena in Italia, mentre il problema degli esuli non fu mai oggetto di discussione tra i due partiti comunisti. Se le Botteghe Oscure consideravano ormai come definitivo il confine scaturito dal Memorandum di Londra del ’54, particolari attenzioni dedicarono invece, su istanza soprattutto della sezione triestina, ai cominformisti ancora incarcerati (alcuni dei quali strettamente collegati a Vidali o addirittura sue spie), nonché alle richieste di coloro che volevano tornare in Jugoslavia dopo essere scappati in concomitanza con le purghe del ’48.
    La casa editrice Edit e il quotidiano “La voce del popolo” erano considerati strumenti di propaganda ideologica, tanto da auspicare una collaborazione fra la testata fiumana e L’Unità, nonché la traduzione e distribuzione delle opere dei principali ideologi del comunismo. Nessuno di questi progetti andò a buon fine, come pure il ciclo di conferenze che avrebbero dovuto contrastare gli appuntamenti culturali promossi dal consolato italiano.

    Stragi ed esuli

    “Il sistema politico italiano non ha mai fornito un’adeguata rappresentanza agli esuli, costretti perciò a dar vita a una fitta rete associativa” ha quindi iniziato al sua relazione dedicata all’associazionismo del mondo dell’esodo, Marino Micich, direttore del Museo archivio storico Fiume. In effetti già dopo l’8 settembre 1943 sorse a Napoli la Lega degli Adriatici per iniziativa di alcuni esuli da Lussino che comunicarono le stragi cui assistettero ai vertici del Regno del Sud ed alle autorità anglo-americane, mentre nella Repubblica Sociale Italiana il Senatore Tacconi, rocambolescamente fuggito da Spalato, istituì il Comitato Dalmatico a Trieste. Dopo il termine delle ostilità, i terribili Quaranta giorni e la definizione della Linea Morgan, si costituì a Trieste e a Pola (finite nella Zona A sotto amministrazione alleata) un Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria, che cercava di tenere i contatti con i nuclei ciellenisti, che in ogni località istriana combattevano per sopravvivere alle retate dell’Ozna. Se dopo il Trattato di pace sorse un Comitato nazionale rifugiati italiani, si erano già costituiti spontaneamente i Comitati giuliani su iniziativa degli esuli: già dopo la liberazione di Roma Antonio De Berti, Manlio Cace e Gian Proda si dettero da fare sulla scena capitolina, intessendo relazioni con De Gasperi e la Dc.

    Peculiarità del capoluogo quarnerino

    Lo statista trentino, ha quindi ricordato Micich, aveva invano cercato di salvare Fiume dall’annessione alla Jugoslavia, presentando alla conferenza di pace lo Stato libero di Zanella come prima vittima dell’espansionismo fascista, mentre la peculiarità del capoluogo del Carnaro aveva portato alla costituzione di un Ufficio Fiume in seno ai Comitati giuliani. Da un’evoluzione dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Zara, il cui primo presidente fu Fausto Pecorari, si sarebbe costituita nel 1948 l’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, presente in ottanta province italiane. In quel periodo sorse anche l’Opera Assistenza Profughi, il cui segretario generale Aldo Clemente, che sarebbe poi stato il primo presidente di FederEsuli, ottenne significativi risultati per gli esuli in termini di alloggi, posti di lavoro e di istituti per l’infanzia. Se la Lega Nazionale era stata rifondata nel 1946 e l’Associazione delle Comunità Istriane raccolse l’eredità del Cln istriano, gli ultimi profughi dalla Zona B del mai costituito Territorio Libero di Trieste dettero vita nella seconda metà degli anni Cinquanta all’Unione degli Istriani. Negli anni Sessanta le aperture del Senatore Barbi, convinto europeista e leader nazionale dell’Anvgd, nei confronti dei “rimasti” portarono alla costituzione dei Liberi Comuni in Esilio (Zara nel ’64, Fiume nel ’66 e Pola nel ’68), i quali non si riconoscevano in questi auspici di dialogo.

    L’atteggiamento internazionale

    La professoressa Donatella Schürzel, afferente all’Università La Sapienza nonché presidente del Comitato provinciale di Roma dell’Anvgd e vicepresidente nazionale, ha invece delineato l’atteggiamento del mondo della cultura nei confronti delle vicende del confine orientale, evidenziando come i documentari della settimana Incom tra il 1947 ed il 1954 avessero contribuito a informare la comunità nazionale sull’evolversi della questione di Trieste e sull’inserimento degli esuli nel tessuto sociale (particolarmente toccanti le immagini dell’assegnazione dei primi appartamenti al Villaggio giuliano-dalmata di Roma). “Si trattava di vicende conosciute, ma scottanti – ha precisato la Schürzel – e quindi più spazio era dedicato nei cinegiornali alla ricostruzione di Montecassino o di altre famose località. Sotto silenzio passò invece la sorte dell’ultimo lembo d’Istria rappresentato dalla Zona B che il memorandum di Londra assegnò all’amministrazione civile jugoslava”.

    La «Difesa adriatica»

    Una delle più autorevoli voci della diaspora adriatica fu pertanto rappresentata dalla testata dell’Anvgd “Difesa adriatica”, il cui battagliero direttore Silvano Drago subì anche denunce e processi, da cui uscì assolto con formula piena. Nella sua lunga carriera giornalistica Indro Montanelli seguì sempre con attenzione le vicende degli esuli, dall’esodo da Pola fino a quando in tempi più recenti auspicò una cerimonia ufficiale al Quirinale, in cui il Presidente della Repubblica porgesse le scuse agli esuli per tutto ciò che avevano subito in nome della loro italianità. Se il quotidiano missino “Secolo d’Italia” cavalcò sempre con toni polemici le vicende del confine orientale, genuina e proficua si rivelò la memorialistica degli esuli e di chi visse le tragedie della Venezia Giulia: dai rimpianti per l’Istria perduta di Stuparich ai ricordi di Saba della Dalmazia in cui navigava in gioventù passando per le poesie di Lina Galli. Originali ed efficaci furono i “Bozzetti istriani” del gradese Biagio Marin, mentre la trilogia istriana di Fulvio Tomizza offrì al grande pubblico la possibilità di comprendere la complessità storica, culturale e sociale dell’Istria.

    Lo stesso Villaggio giuliano-dalmata alla periferia meridionale di Roma fu un polo culturale capace di attirare l’attenzione e di proporre prospettive innovative grazie all’azione di personaggi come Bepi Nider. Giuseppe Donorà e Piero Soffici nell’ambito musicale, Diego Zandel nel giornalismo e nella narrativa, Osvaldo Ramous che visse a Fiume come un esule in patria, Gianclaudio de Angelini nei versi e nella saggistica, Marisa Madieri che ha saputo coinvolgere suo marito Claudio Magris nella comprensione della catastrofe dell’esodo: questi e tanti altri sono i nomi di intellettuali che in vari ambiti hanno dimostrato la vivacità dell’italianità giuliano-dalmata nella seconda metà del Novecento.

    Uno stimolo per nuovi scenari

    A margine dell’aperitivo conclusivo offerto ai convenuti sulla pittoresca terrazza della Casa del Ricordo, Donatella Schürzel è estremamente soddisfatta per la splendida riuscita di questa manifestazione, di cui è stata ideatrice e promotrice: “Negli eventi realizzati nell’arco di un triennio – spiega la rappresentante dell’Anvgd – abbiamo voluto fornire un’immagine dell’Istria, del Carnaro e della Dalmazia che andasse al di là delle tragedie delle foibe e dell’esodo. Siamo partiti dal Settecento per dimostrare come già nell’età illuminista la costa dell’Adriatico orientale fosse intimamente connessa con la penisola italica e al centro dei flussi culturali europei. Il Giorno del Ricordo focalizza giustamente l’attenzione sulle foibe e sull’esodo, io ho voluto fare emergere quella che era la vita culturale, politica e sociale dei nostri connazionali radicati lì da secoli. Seguire il filone di questa peculiare forma di italianità può fornire stimoli e suggestioni di particolare importanza nei nuovi scenari europei”.
    La Società di Studi Fiumani, che gestisce la Casa del Ricordo assieme all’Anvgd, e l’Associazione dei Triestini e Goriziani a Roma hanno sempre partecipato attivamente a queste iniziative, che hanno visto come relatori accademici universitari, giornalisti, ricercatori, docenti di scuole superiori: “Sto cercando di reperire un finanziamento che ci consenta di pubblicare gli atti di questa rassegna – afferma la prof.ssa Schürzel – perché le conoscenze che sono state qui esposte meritano di essere raccolte per raggiungere un pubblico ancora più vasto. Oltre alle persone che ancor oggi compongono la comunità giuliano-dalmata di Roma, hanno infatti assistito alle conferenze tanti studenti medi ed universitari, ma anche molti romani desiderosi di conoscere la storia di una parte d’Italia separata dai confini fissati nel 1947”.

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