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    Il cartellone della tombola, simbolo di un’epoca

    By Daria Deghenghi Gennaio 10, 2019 170
    Il cartellone della tombola, simbolo di un’epoca Daria Deghenghi

    Di primo acchito sembra una tavola pitagorica gigante, e l’effetto che provoca in animi poco inclini all’aritmetica è tale che ridesta all’istante gli incubi delle prime lezioni di matematica. Poi, a ben guardare, si capisce che in realtà la tavola è monca dell’ultima riga di numeri, la decima, mentre le colonne sono tutte presenti all’appello. La tavola che stiamo contemplando è in realtà un comunissimo cartellone per il gioco della tombola, ma è un cartellone speciale. Oggi si trova a Palazzo Bradamante, sede della Comunità degli Italiani di Dignano, mentre in passato faceva parte del repertorio di memorabilia custoditi al Palazzo comunale. Questo perché tre soci della Comunità, Eligio Giacometti, Odino Fioranti e Licio Debeljuh, hanno trovato il tempo e la volontà per restaurarlo e salvarlo così dall’usura e del deterioramento, anche perché la tradizione del gioco a Dignano continua. Ed è una bella tradizione che ora si fa coincidere con l’Epifania, per chiudere in bellezza le festività di Natale e Capodanno.

    Il duro colpo della storia

    Ma il tabellone della tombola di Dignano ha una sua storia che raramente abbiamo l’occasione di narrare e che tuttavia si tramanda di generazione in generazione, perlopiù per via orale, nei ristretti ambiti locali che ruotano intorno a piazza del Popolo. Eppure ci sono stati testimoni importanti che hanno lasciato tracce scritte della Dignano d’inizio Novecento, perfino della sua storica tombola. Tra questi quell’illustre dignanese che fu Tullio De Prato (1908-1981), pilota dell’Aeronautica italiana e protagonista del libro “Un pilota contadino” pubblicato nel 1985 dall’editore Mucchi di Modena. Ed è grazie alle sue testimonianze, appunto, che è stata ricostruita a posteriori una giornata “qualunque” in quel di Dignano, destinata a subire suo malgrado il duro colpo della storia a partire da quel caldo e apparentemente insignificante 28 giugno del 1914. Ecco come andarono le cose quel giorno in paese, secondo i ricordi di de Prato, oggi tramandati con cura dagli attivisti della Comunità degli Italiani di Dignano, il presidente della Giunta Sandro Manzin in primis.

    Prima la banda, poi la tombola

    Ebbene correva quel 28 giugno 1914. Nel pomeriggio, nell’allora piazza Castello a Dignano suonava la banda: ci sarebbe stata la tombola: “Sulla Grisa i tavolini del caffè ‘Progresso’ erano occupati da una folla allegra vestita di festa. Il palco sopraelevato era ricoperto a lastroni di pietra di Lavarigo, la cava che aveva fornito i bianchi massi all’Arena e al palazzo ducale. La piazza sottostante nereggiava di gente intenta a schivare la vivace mularia che, nell’attesa, si rincorreva in giochi primitivi, diletto della nostra fanciullezza, rischiarata dalle prime lampadine elettriche OSRAM e riscaldata dalla legna del prostimo. Un passo per mezza Corona. Gli uomini, tutti in nero, i contadini con l’abito tradizionale, gli arsenalotti e i pochi impiegati e professionisti – i siuri – esibivano vestiti alla moda con colletti inamidati, giacche di ‘alpagas’ e, in testo, la tavoletta. Le donne, tutte, con gonne lunghe fino alla caviglia, sfoggiavano camicette variopinte e innumerevoli catene d’oro che pendevano fino alla cintola’.

    Agli ordini di... Taffè

    Alitava aria di benessere e di agiatezza, scriveva ancora De Prato. Nella provincia non era ancora comparsa la prima automobile, a eccezione della Motorwagen del Kriegshafen Kommando. Ed ecco che nei ricordi del pilota compare una figura che nell’immaginario collettivo fu e rimase il “supervisore della tombola e delle processioni” per antonomasia, il “solito Giovanni Fabro detto Taffé - commissario dell’annona, un titolo di cui pochi intendevano il significato”. Col suo berretto pseudo militare con l’ongia, dopo il capo elle guardie militari, era l’autorità più temuta del paese. Del resto anche la tombola in piazza ogni anno contribuiva di volta in volta a ravvivare il suo prestigio: “Taffè provvedeva a innalzare il cartellone sul balcone del giudizio, la Pretura, urlare i numeri estratti dalla mano di un muletto, controllare le vincite, distribuire i premi. Ne aveva ad usura per giustificare il suo arrogante cipiglio”.

    Le ultime ore di spensieratezza

    Generalmente il gioco durava un paio d’ore tra le sparate del pubblico (proprio come succede oggi), i bisbigli e le “volate” dei presunti vincitori. Ma quel 28 giugno le cose sono andate diversamente. Taffè interruppe l’estrazione dei numeri, ci fu un brusio di commenti, ma nessuna spiegazione. A un certo punto comparve sul balcone Glavac, l’Imperial Regio Capo delle guardie che in un dialetto veneto, inquinato dalla madre lingua, disse poche parole per dichiarare: “A Sarajevo era stato ucciso der Erzherzog Franz Ferdinand”. In segno di lutto le autorità invitavano dunque i cittadini a rientrare nelle rispettive abitazioni e ogni invito dell’autorità austriaca era da intendersi come un comandamento. Ed è a questo punto che la “grande storia” finisce per decidere anche la “microstoria” della vicende individuali, personalissime, decisive per le vite della gente, delle famiglie, delle contrade. In proposito il futuro pilota dell’aeronautica italiana, il dignanese De Prato ebbe a dire: “Seduto sulle ginocchia di mio padre, mi godevo, per la prima volta, una gassosa (la passareta) al caffè ‘Progresso’. Fu l’ultima. Era, in realtà, l’annuncio della Prima guerra mondiale e con esso la fine di un vivere in letizia per i sudditi di S.M. l’imperatore; anche per quelli di nazionalità italiana. Dignano, la cittadina del buon vino, dei gratuiti assaggi in tempo di travase, la cittadina che dopo mezzanotte si trasformava in un palcoscenico di cori, di serenate e di maschiette, viveva le sue ultime ore di spensieratezza. La leva in massa avrebbe segnato l’inizio della triplice alleanza; sarebbe seguita l’annessione dell’Istria all’Italia”.

    La tradizione continua

    Il resto, come si usa dire, è storia. L’attentato di Sarajevo è solo un fatto citato nei manuali di storia, le due guerre mondiali sono un brutto ricordo, e lo è a maggior ragione anche l’ultima guerra d’indipendenza croata. Qualcosa rimane dopotutto: un banalissimo gioco della tombola e il suo cartellone storico che dal balcone della “Pretura” e dagli scantinati del Municipio ha ritrovato la sua ragion d’essere a Palazzo Bradamante, dove per la gioia dei tanti dignanesi amanti delle tradizioni dei padri e degli avi, continuano a giocare con lo stesso spirito e le stesse esclamazioni di gioia in caso di “ambo”, “cinquina”, “tombola” e “tombolina”. A estrarre i numero non sono degli arroganti “Teffè”, ma delle graziose signorine di nome Giada e Giulia. 

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    Last modified on Giovedì, 10 Gennaio 2019 10:30