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    «Tomos», la storia in un documentario

    ISOLA| Sta ottenendo un ottimo successo di pubblico il documentario prodotto dal Centro radiotelevisivo di Capodistria “Tomos, made in Jugoslavia”. Dopo la prima a Capodistria di qualche mese fa, ora è stata la volta di Isola. La presentazione si è svolta in una gremita sala del cinema Odeon, segno che quest’industria motociclistica suscita ancora oggi ampio interesse e curiosità. Numerose le persone e famiglie che ci hanno lavorato facendone un biglietto da visita noto non soltanto in Jugoslavia. “Siamo partiti con l’idea di fare un breve documentario, ma man mano che si proseguiva i contenuti aumentavano. La storia si è scritta da sola perché sono stati gli interlocutori, soprattutto ex dipendenti, a suggerirci tanti spunti. È così che siamo arrivati a oltre 50 minuti di trasmissione”, hanno rilevato l’autrice, la giornalista Nataša Mihelič e il regista Peter Leban nel dibattito al termine della proiezione. Fondamentale è stata la collaborazione dell’Associazione “Tomos” guidata da Stevo Vujić che a Capodistria ha fondato un museo e per hobby è restauratore di vecchie motociclette. Vujić ha fornito vario materiale e preziose indicazioni, “perché è il nostro patrimonio industriale e ne sentiamo l’appartenenza”.
    Nel documentario sono ampiamente descritti anche i successi all’estero, corredati pure da alcune foto inedite. Un capitolo porta il nome del connazionale di Capodistria Aurelio Flego, che è stato direttore della “Tomos” in Ghana. Il documentario è il frutto di un notevole lavoro di squadra, a cui hanno dato un’impronta inconfutabile il direttore della fotografia Jaka Kodarin e il montatore Davor Dujmović. “Un lavoro di ricerca durato un anno”, così la Mihelič, “che oltre all’aiuto fornitoci da Vujić, ha pescato negli archivi della Repubblica di Slovenia e della Biblioteca civica di Capodistria, nonché nelle teche della TV nazionale serba a Belgrado, anche se sono stati gli interlocutori la nostra fonte più ricca. Ci hanno confidato i dettagli anche più personali legati alla fabbrica, al di là del lavoro che svolgevano”.
    “Alcuni mi chiedono perché non è stato dato il titolo “Tomos, made in Slovenia”. Il mio approccio è stato anche storico, con richiami pure ai primi container della nave “Lovčen” che alla fine degli anni ‘50, diretti in Cambogia con le motociclette, portavano la scritta “Tomos”, ha spiegato l’autrice, che parallelamente al percorso storico ha raccontato anche lo stile di vita del periodo. La musica ha avuto un ruolo importante, così si spiegano i vari spezzoni ad esempio del gruppo Boomerang che ha segnato un’epoca. “In questo documentario abbiamo raccontato aspetti meno noti al pubblico, ma è una storia in cui c’è ancora tanto da raccontare”, ha osservato Peter Leban. Per esempio il marketing, che alla fine degli anni ‘60 e agli inizi dei ‘70 ha lasciato una forte impronta, poi il design, l’impatto sociale, le gare motociclistiche, i motori fuoribordo perché la “Tomos” produceva infatti anche altri articoli, oppure il declino e fallimento che a molti suscita grande amarezza e dispiacere. Da qui l’auspicio del pubblico che si realizzi un seguito. “A noi farebbe piacere perché in effetti c’è ancora molto da dire. È nostro desiderio partecipare ai Festival cinematografici, pure all’estero, per far conoscere ad un pubblico quanto più vasto tale eredità. Intanto porteremo il documentario ancora in altre località del Paese, mentre l’8 gennaio 2019 alle ore 21 sarà trasmesso sul primo canale di TV Slovenia”, ha concluso la Mihelič.


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    Last modified on Venerdì, 28 Dicembre 2018 11:39